Costume e SocietàLetteratura

Il saluto al parroco e l’arrivo della prima promessa

Storie d’altri tempi

Di Francesco Cesare Strangio

Nella tarda mattinata di quel giorno fu allestita, nella navata principale della chiesa, la camera ardente. Tutta la chiesa era piena di fiori. Fuori, una lunga fila di persone dal volto triste attendeva l’apertura del portone della chiesa, per salutare per l’ultima volta il vecchio parroco.
Il nipote Mario, seduto con i famigliari vicino al capo dello zio, con gli occhi lucidi ringraziava i compaesani per la loro partecipazione.
Alle quattro del pomeriggio arrivò il vescovo con tutta la curia a seguito.
Dopo essersi inchinati davanti al defunto, si recarono nella sacrestia per poi uscire con i paramenti di rito.
La messa la officiò il Vescovo, assistito da quattro sacerdoti anziani.
L’omelia fu lunga, eloquente e piena di elogi verso il fedele servitore della chiesa. Fu d’obbligo e spontaneo che il vescovo toccasse il punto cruciale che ai fedeli piace più di ogni altra cosa della dottrina cristiana: “La resurrezione dei morti”.
A quell’argomento, in Marco prevalse il pensiero del nonno e sentì una tale filosofia estranea al suo realismo che escludeva in lui l’illusione della speranza.
Marco, facendo propri gli insegnamenti del nonno, era refrattario a un tale argomento, poiché aveva consapevolezza del principio del nulla. Guardava il popolo, con stupore e meraviglia, per il profondo senso di soddisfazione nel sentir ripetersi, fino alla nausea, che il salario della morte, paradossale implosione della ragione, non è il nulla ma la vita eterna. Per lui, quel concetto era pura e semplice follia.
Marco viveva di realtà in quanto destino, pertanto era certo che il suo matrimonio non poteva più essere celebrato da don Angelo.
Dopo che il Vescovo annunciò la fine della messa, il corteo funebre mosse verso il vicino cimitero.
La bara fu portata a spalla; lungo il percorso, dei giovani parrocchiani, precedendo il feretro, spargevano petali di rose.
Il Vescovo, seguito dai preti, era in testa al corteo funebre; subito dopo seguiva Mario con la moglie e i due figli, mentre sulla sua sinistra vi era il gruppo degli amici al completo. Alle spalle di Mario, seguivano Nicoletta e Teodora.
Teodora, la donna delle lunghe notti d’amore, nel vederlo in lacrime, si commosse e prese a piangere come se il parroco fosse un suo stretto parente.
All’ingresso del cimitero, sei Diaconi tenevano aperto il grande cancello di ferro. Varcata la soglia del camposanto, il corteo proseguì fino alla cappella del prete, dove don Angelo, dopo un breve e toccante discorso del Vescovo, fu tumulato.
Il giorno dopo, pur se lentamente, la vita riprese il ritmo di sempre.
A casa la gente dei paesi limitrofi, non avendo saputo per tempo della morte di don Angelo, si recava per porgere le condoglianze al nipote Mario.
Dopo la messa del settimo giorno, Mario fece la sua comparsa al bar. Nei compaesani era ancora fresco il ricordo di don Angelo, tanto che Carducci, il proprietario del bar, al tavolo dov’era solito sedersi il parroco, in compagnia di don Giulio, depose un mazzo di fiori con la foto dei due amici.
Nel frattempo, per Marco stava per arrivare il giorno della prima promessa. Per l’occasione arrivò da Reggio la sorella Maria con la famiglia.
Comare Angelina era indaffarata nei preparativi, come se si trattasse di suo figlio. La comare si alternava tra la casa di Marco e quella di Gladuela; finalmente tutto era pronto per il giorno della prima promessa.
Il crepuscolo scese sulla valle: il lento velarsi della luce e il graduale allungarsi delle ombre, annunciarono che stava per arrivare l’ora di andare a casa della futura sposa a festeggiare. Donna Angelina, avvedutasi dell’ora, comandò il figlio Cosimo di andare a prendere la macchina che stava parcheggiata nel garage poco distante da dove abitavano. Il figlio minore stava finendo di vestirsi sotto gli occhi vigili delle tre sorelle. Un colpo di clacson annunciò l’arrivo della macchina. Donna Angelina uscì vestita da tutto punto da fare invidia alle comari che stavano alle finestre. La macchina prese la direzione della casa di Marco, il selciato di pietra faceva oscillare le ruote che emettevano uno scricchiolio come se non fossero lubrificate da qualche tempo; donna Angelina diede uno sguardo a Cosimo che non lasciò spazio a equivoci sul contenuto del suo pensiero a riguardo al rumore che proveniva dalle sospensioni della macchina. In poco tempo si trovarono davanti alla villa di Marco; sotto il portico, con spensieratezza, il cognato fumava una sigaretta. Il cognato di Marco, nel vederli, posò la sigaretta sul bordo del tavolino che stava addossato al muro e andò incontro a donna Angelina e famiglia. Dopo i dovuti ossequi, li accompagnò in casa, dove ebbero la felice sorpresa di trovare Maria con i tre figli. Donna Angelina controllò il compare da cima a fondo e poi disse: «Complimenti, Mariuccia, l’hai vestito a puntino.»
Appena usciti, un leggero alito di aria fresca sostituì l’afa di quel giorno d’estate.

Redazione

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