Costume e SocietàLetteratura

La maledizione di Cassandra

La Legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino

Zaleuco decisamente volle precisare il suo pensiero relativamente agli usi parchi degli Spartani esposti da Geronda dicendo: «Gli amici Spartani, che tanto hanno a noi insegnato prima dell’arrivo al promontorio di Zeffirio per l’ uso delle armi, sono conosciuti in Grecia e oltre la Grecia, non solo perché sono dei combattenti senza paura, ma anche per l’arguzia e la disciplina. Odiano quanto non necessario. Per il loro sostentamento basta un poco di minestra nera e, ai pranzi comuni, ciascuno porta ogni mese un medimmo di farina, otto congi di vino, formaggi, fichi e un modesto contributo per affrontare altre urgenze. Il vino era annacquato fino a dieci volte ed era di uso utilizzarlo più per farne aceto per conservare le verdure, che per accompagnare il pranzo. Questo li rendeva forti e sani e non mosci parolai che perdono il loro tempo tra l’Agorà e le terme, per discutere di nulla e dare sfoggio di vesti che ricordano quelle milesiane».
Tirso sembrò accusare il colpo. Zaleuco era stato allusivo anche al suo vestiario. Dura era la sanzione per le vesti milesiane e per chi indossava tuniche con bordi di porpora. Decise a quel punto di tenere un profilo basso. Gli venne incontro a suo modo Caronda, che, chissà quanto inconsapevolmente, tirò un colpo alla botte e uno al cerchio. «È vero che a Sparta si crede che un parco uso del cibo fortifichi il corpo e la mente. Una poesiola viene cantata per le strade dai bambini e dice pressappoco così:

Se vuoi vivere bene da grande
Devi nutrirti di mirto e di ghiande.
Farina d’orzo e farina di grano,
questo ci vuole per essere sano».

Zaleuco accolse con soddisfazione la citazione del nomotheta, che subito smentì se stesso continuando: «Ma, vedi Legislatore, si narra che un sibaritide sia stato di recente a Sparta e abbia assaggiato la minestra nera dei soldati e abbia esclamato: “Ora capisco perché gli Spartani ardono di morire per la Patria; è sempre meglio della minestra che devono mangiare”. Intendo dire, o Splendente, che al cibo buono sono legati pure gli Dei. Quando Dioniso, travestito da Eracle, è sceso al Tartaro, un’ancella si avvicinò al figlio di Giove e gli porse pane, passato di legumi, bue arrosto, polli lessati, nocciole abbrustolite, trance di pesce, torte, focacce e vino, e dei flauti erano di sottofondo. Il Dio gradì. Ora, se gli Dei amano il buon cibo, non vedo perché agli uomini debba essere proibito».
«Gli Dei hanno in sé stessi il loro destino – confutò Zaleuco – e una vita senza fine li aiuta a non aver fretta nelle loro cose. Un arco breve di vita hanno gli uomini e in questo arco di tempo possono e devono fare quelle cose che saranno da tutti ricordati. Eracle, che era un semidio, per le sue fatiche non frammette molto tempo. Anche all’immortale Achille le Parche hanno tagliato presto il filo. Ed Ettore non visse molto più di lui. Ma tra le genti, tutti raccontano le gesta di questi uomini e semidei, poiché giammai hanno abbandonato la loro strada. Non si sono fatti rammollire da vesti milesiane e da piaceri effimeri. La vita è breve, Caronda – continuò il Magistrato guardando il nomotheta, – e ai piaceri si può attendere nel Tartaro in quella vita che continua dopo la vita, ma finché viviamo su questa terra dobbiamo essere attenti al bene delle genti, al rispetto della Armonia dell’Universo perché, Caronda, non vi è niente che è lasciato al caso e tutto è Ordine. Tutto è nelle regole che una polis si dà per la sua sopravvivenza. Tradire le regole è come tradire la propria gente. Un popolo senza regole, che vive nella smodatezza dei piaceri, non ha un grande destino».
Caronda voleva mantenere la conversazione leggera e conviviale. Il ragionamento di Zaleuco lo prese in contropiede, ma il concetto del  Legislatore fu per lui come una frustata. Capì finalmente la grandezza del Magistrato. Se tutto nell’Universo era armonia e niente era lasciato alla Tuchè, la Fortuna, le regole erano già scritte e occorreva solo capirle. Atena, solo Atena, poteva aver dato allo Splendente in una sola volta le tavole delle regole e la chiave di comprensione delle stesse. Fosse solo per questo, il suo viaggio a Locri non era stato inutile. Per tutta la sera Caronda restò quasi estraneo alla conversazione, che cominciò a languire, poi decise di avviare un nuovo discorso che lo interessava e come sempre si rivolse a Zaleuco e domandò: «Dimmi, Legislatore, da dove nasce l’usanza della Festa della Sacra Prostituzione?»
«Caronda – rispose il Magistrato, – sono convinto che ogni popolo debba pagare le sue nefandezze. Noi paghiamo quelle dei nostri padri eroi. Sai bene che Aiace Oileo, sotto gli effluvi del vino, violò Cassandra, la notte della caduta di Troia. Come saprai pure che Cassandra era sacerdotessa di Atena che maledisse Aiace con le parole: “O voi dimore di Oileo, figlio di Oidodokos; voi delle mie nozze violente sconterete la pena della dea agreste di Cigas allevando fanciulle per esporle al giudizio della sorte che lascia vergini sino alla vecchiaia”. Questa, Caronda, la maledizione di Cassandra.»

In foto: Cassandra implora la vendetta di Minerva contro Aiace di Jérôme-Martin Langlois

Redazione

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