Ilaria e Sara: due vite spezzate per colpa silenzio educativo della società
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Due omicidi. Due giovani donne. Due tragedie consumatesi a pochi giorni l’una dall’altra che hanno scosso nel profondo la coscienza collettiva per la brutalità degli eventi, la giovane età delle vittime e il reiterarsi inquietante di uno schema divenuto, purtroppo, familiare: quello dell’uomo che, incapace di accettare un “no”, sceglie la morte come strumento estremo per riaffermare un dominio perduto.
Ilaria Sula, ventidue anni, è stata barbaramente colpita a morte dall’ex compagno, rinchiusa in un sacco nero e occultata all’interno di una valigia. L’autore del delitto ha poi confessato: «L’ho uccisa per gelosia, ma l’amavo». Parole agghiaccianti, pronunciate con disarmante lucidità da chi confonde l’amore con il possesso, con la volontà di dominio sull’altro. Il corpo di Ilaria, abbandonato in un dirupo nei pressi di un bosco, è stato trattato come un oggetto privo di valore, un giocattolo rotto e ormai inutile, un residuo fastidioso da far sparire.
Pochi giorni dopo, a Messina, un’altra giovane donna, Sara Campanella, coetanea di Ilaria, è stata colpita alle spalle da un collega universitario con almeno cinque fendenti, uno dei quali ha reciso i vasi del collo causandole la morte in pochi istanti. Anche in questo caso l’autore ha confessato, scegliendo però il silenzio sulle motivazioni, un silenzio greve e impenetrabile quanto la colpa che porta dentro di sé. La fuga, il tentativo di nascondersi e l’atteggiamento reticente disegnano il profilo di una coscienza offuscata, che ha scelto il gesto irreparabile senza comprendere la portata della distruzione causata.
Entrambi i casi sono stati rapidamente archiviati mediaticamente e giuridicamente sotto l’etichetta di femminicidio, termine carico di indignazione e valore politico, ma che rischia di diventare un contenitore troppo ristretto per racchiudere la complessità di ciò che realmente si cela dietro simili tragedie. Al di là del genere delle vittime, ciò che affiora con prepotenza è una disfunzione relazionale profondamente radicata, l’inadeguatezza, talvolta patologica, di giovani uomini nel costruire rapporti fondati sul rispetto, sulla reciprocità, sull’accettazione dell’alterità. Rapporti che richiedono maturità emotiva, capacità di gestione del conflitto, educazione al limite.
I carnefici di Ilaria e Sara non sono mostri isolati, ma giovani adulti cresciuti in un contesto in cui l’amore si confonde con il controllo, in cui la fine di una relazione viene vissuta come un’onta, un affronto da lavare col sangue. Sono uomini che non hanno mai superato la dimensione infantile del capriccio: se il giocattolo non funziona più, si distrugge. Ma quando il “giocattolo” è una vita umana, il gesto diventa irreparabile e mostruoso. È la manifestazione tragica di una regressione affettiva che la società tende a sottovalutare, disconoscendo l’urgenza di una pedagogia dell’amore e del rispetto.
Questi episodi mettono in luce una crisi relazionale e affettiva profonda, una povertà educativa che chiede alla società risposte urgenti. Raccontano di una comunità incapace di offrire modelli alternativi al dominio e alla sopraffazione, di un sistema scolastico spesso inadeguato a promuovere l’educazione sentimentale, di famiglie talvolta inconsapevoli dei disagi interiori dei propri figli, di un’informazione che rischia di trasformare il dolore in consumo. La violenza che colpisce le donne, soprattutto quelle giovani, non nasce all’improvviso: è il frutto avvelenato di semi piantati in un terreno arido, privo di ascolto, di cura, di empatia.
Archiviare tutto sotto la voce femminicidio è riduttivo e rischia di lasciare intatti i meccanismi culturali e sociali che generano simili tragedie. È necessario spingersi oltre la definizione, penetrare le dinamiche profonde, intervenire sui modelli educativi, ricostruire il senso del limite e della responsabilità affettiva. Occorre una nuova alfabetizzazione sentimentale che aiuti a riconoscere l’altro come soggetto e non come estensione del proprio desiderio, una persona con diritti, emozioni, volontà autonoma.
Perché se due giovani donne possono morire così, a pochi giorni di distanza, per mano di chi sosteneva di amarle, allora l’interrogativo che dobbiamo porci è uno solo: cosa stiamo insegnando ai nostri figli sull’amore, sull’altro, sulla sacralità della vita? Serve una riflessione collettiva, non solo sul dolore, ma soprattutto sulla prevenzione. È arrivato il momento di ripensare radicalmente i luoghi della formazione, del dialogo, dell’ascolto. Solo così potremo evitare che, domani, altri nomi si aggiungano a una lista che non dovrebbe proprio esistere.




