Costume e SocietàLetteratura

Il mistero di Caronda

La legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino

Nella sua mente Zaleuco si prefissò di parlare con Euridice per qualche chiarimento, ma anche di parlare con il comandante della Polifemo. Il comportamento del comandante della nave non era chiaro. Certo, comprensibile che trasportasse oggetti non conosciuti dalla ciurma, ma perché consegnarli segretamente e di nascosto a tutti? Si doveva conversare con Euridice e parlare con Talete ,ma il porto era lontano. Allora si ricordò di Agesilao, l’oplita che aveva recuperato il corpo di Ilone. Sembrava un uomo fidato e, a cavallo, non avrebbe impiegato molto per guadagnare il porto.
Era già quasi l’ora di pranzo, ma Zaleuco pensò fosse opportuno fare visita a Caronda. D’altronde l’immensa casa di Tirso non era lontano. Con passo svelto si avvicinò, ma già nell’approssimarsi vedeva i soldati confabulare tra loro e i servi sembravano mandare al cielo preghiere disperate.
Arrivato alla casa, Zaleuco domandò:«Che succede?»
Uno dei soldati riconobbe Zaleuco e rispose: «Magistrato, non abbiamo notizie di Caronda. Tre giorni fa, il primo giorno della festa della sacra prostituzione, Caronda è uscito come gli altri due giorni, ma stanotte non ha fatto ritorno».
«Nessuno di voi lo ha accompagnato?» domandò Zaleuco.
«No, magistrato. Caronda voleva andare da solo come un cittadino qualunque. Anzi, come diceva lui, come un marinaio qualunque, poiché voleva studiare gli usi e le ragioni della festa», rispose il soldato.
Zaleuco pensò che fosse nel carattere del nomotheta un simile comportamento. Egli aveva anche rifiutato di essere accompagnato dai locresi. D’altronde ci si poteva regolare facilmente verso la meta. In quel momento fece caso che non vi era Tirso e chiese al soldato se sapesse dove fosse. Il soldato rispose che Tirso, alle preoccupazioni dei servi e dei soldati reggini, aveva chiamato Tissaferne e dato disposizioni per la ricerca. Zaleuco pensò fosse cosa buona, anche se il comportamento di Tirso sembrava quello di un capo che tutto disponeva senza averne il potere e senza nessuna autorizzazione. Ma la cosa che lo meravigliava di più era il comportamento di Tissaferne, che ubbidiva al giovane in modo cieco. A Zaleuco erano pervenute le voci delle lamentele dei due, che volevano una Locri più aggressiva con i vicini, sconfinando verso Medma e Hipponion, volevano il cambio delle leggi che erano ritenute limitative del commercio, la creazione di una flotta e l’introduzione dell’uso della moneta. Zaleuco sempre aveva ribattuto che occorreva diventare prima un popolo, perché ancora giovane la polis locrese. Una città che cambia rapidamente le sue leggi finisce sempre nell’anarchia o nella tirannide. Né l’una né l’altra era cosa buona, aveva sempre pensato Zaleuco, poiché occorreva tenere presente gli interessi del popolo, che solo una democrazia diretta poteva garantire. Il consiglio dei Mille era una larga rappresentanza del popolo censito e con carattere aristocratico. Tutti questi pensieri gli giravano per la testa, ma per la seconda volta non sapeva che fare. Ogni iniziativa l’aveva presa Tirso. Aspettare presso la casa del giovinastro non era decoroso, per cui disse al soldato di informarlo appena avute notizie e si avviò verso casa. La moglie lo aspettava perché si era fatto tardi; vide il Legislatore corrucciato e non osò chiedere niente. Zaleuco mangiò poco quel giorno, poiché voleva restare lucido. Rifiutò la carne arrostita che la moglie aveva fatto preparare e mangiò poco formaggio e poca focaccia. Quindi si accomodò su una sedia senza coricarsi. Imena, a quella novità, pensò che i fatti dovevano essere molto gravi.
L’occhio sinistro mancante di Zaleuco faceva i capricci e il magistrato continuamente passava la mano sulla benda e ricordò suo figlio. Suo figlio anch’egli senza un occhio, il destro, perché occorreva rispettare la dura legge locrese, e imbarcato su una nave chissà per quale meta. Le cose non tornano, pensò Zaleuco, poi si assopì leggermente aspettando triste una cattiva nuova.
Che arrivò puntuale, alla stessa ora di quella di Ilone. Tirso arrivò con un servo armato.Cosa che non gradiva Zaleuco, i servi non portavano armi. Tirso informò il magistrato che il corpo di Caronda, orrendamente mutilato, era stato trovato, lontano dai sacri recinti della peripoli. Zaleuco chiese subito di essere accompagnato. «Come vuoi – rispose contrariato Tirso – ma non è uno spettacolo bello a vedersi e poi il viaggio non è breve». Ma Zaleuco inistette.
Fuori vi era un carro tirato da due cavalli. Il servo, che era alla guida, incit  i cavalli verso la platea nord sud e poi diresse verso il Dromos in direzione di Zeffirio. Sul carro avevano preso posto Tirso e Zaleuco in piedi dietro. Seguirono i cavalli dei soldati di Caronda e un carro a quattro ruote con i servi del nomotheta.
Il carro di Tirso fece da guida e prese subito alla Dromo che portava a Zeffirio e, quando venne la prima oscurità, poiché il servo trovava difficoltà a dirigere i cavalli, fu lo stesso Tirso a prendere le briglie.

Redazione

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