
Di Giuseppe Pellegrino
«Non ho capito se il rifiuto di mangiare carne per la convinzione che gli animali potesse contenere l’anima dei defunti fosse una fissazione di Ilone o una religione che ha conosciuto in oriente» spiegò Euridice a Zaleuco.
«Mi posso permettere di chiederti, Euridice, perché il giorno della sua morte doveva essere al porto e perché è andato da solo?» insistette Zaleuco.
La donna impallidì, anche se la domanda non nascondeva alcuna insidia, ma prontamente rispose:«Splendente, non sono a conoscenza degli affari di Ilone, che non mi diceva più niente».
«Tirso mi ha detto – insistette ancora Zaleuco – di avere appreso da te che Ilone stava andando al porto quando è stato ucciso».
«Può darsi; non mi ricordo bene; sono ancora confusa», cincischiò la donna.
Non usò per la prima volta la parola Splendente. Zaleuco rifletté su questo, la donna forse prima aveva detto la verità. Ilone non doveva andare al porto; non quel giorno, almeno; non da solo come sempre. Da tutta la storia stava nascendo un Ilone sconosciuto. Un Ilone che segue religioni esoteriche e mistiche; che crede nella reincarnazione. Zaleuco ringraziò e si apprestò a uscire. Voleva ora ritornare all’Agorà. Strabone non sarebbe venuto al processo ,ma il magistrato guadagnò il luogo quasi per abitudine. Fu così che ebbe la sensazione di vedere una figura che sembrava Tirso uscire dal lato delle latrine dalla casa di Ilone.
Clelia si presentò puntuale al Buleterio al processo con due amiche della Sacra Prostituzione. Zaleuco guardò lei e le ragazze, che non sapevano che la Polifemo era partita e che Strabone era uccel di bosco. Certo la sorpresa fu tanta, quando davanti al Magistrato si presentò il marinaio. Zaleuco lo guardò incredulo e gli domandò: «Come mai, marinaio, non sei partito con la Polifemo?»
«Non sapevo, magistrato, che la Polifemo fosse partita prima dei cinque giorni di libertà assegnateci», rispose il marinaio.
«La nave doveva, dunque, attendere cinque giorni al porto?», continuò Zaleuco.
«Sì, Magistrato, anche stamattina, di buon’ora, ho visto Agatocle, un altro marinaio, per le strade di Locri.Io non mi sono mosso, come tu hai ordinato», rispose il marinaio.
«Dunque, hai con te il serto di bronzo e rame?» chiese Zaleuco che era ritornato nella parte.
«Sì, Magistrato» confermò il marinaio.
Per la prima volta il legislatore guardò bene Strabone. La sua figura era slanciata e muscolosa ,ma sottile, da agile lottatore. La sua pelle scura di chi sul mare aveva visto solo il sole. Lo sguardo acuto che sembrava guardare lontano, dove gli altri non vedevano. I lineamenti sembravano gentili ed i modi non erano i rozzi modi di un marinaio. Senza neppure sapere bene il perché, il magistrato chiese: «Sai scrivere?»
Strabone restò di stucco. Era vero che il Legislatore era il prediletto di Atena, pensò. Abbassò lo sguardo e rispose: «Sì, Splendente».
La vita,pensò Zaleuco, è sempre un mistero, ma da qualche giorno a Locri i misteri si verificavano con facilità. Anche il marinaio lo aveva chiamato Splendente.
«Qual è la tua patria, marinaio?», cominciò a curiosare Zaleuco, del tutto indifferente ormai al processo.
«Vengo da Samo, magistrato», rispose Strabone.
«Come mai è in tuo possesso il serto di bronzo e rame? È cosa molto ricca».
«Io non sono stato sempre marinaio, magistrato – cominciò la sua narrazione il marinaio. – A Samo facevo anche la lotta. Un giorno Alceo, che ad Olimpia aveva vinto l’alloro nella lotta, passò da Samo vantando la sua forza. Io lo sfidai dicendo che potevo vincerlo. Alceo non mi degnò di uno sguardo. Vi era il ricco Anacreonte che aveva sentito della sfida e gridò che avrebbe regalato al vincitore un serto di bronzo raffigurante un ramo di quercia con le foglie in rame. Alceo accettò la sfida. Il serto è il premio di quella lotta e, come puoi ben capire, non potevo darlo in dono a nessuna donna conosciuta in un giorno», concluse il marinaio con lo sguardo basso.
Il linguaggio del marinaio era asciutto ed elegante. Aveva parlato della sua vittoria in tono dimesso, quasi con vergogna, senza particolari. Zaleuco decise di conoscere meglio l’uomo. Non capiva perché, ma era affascinato. Eppure fu brusco quando domandò: «Il tuo corpo è sano e snello, ma non mi sembra possa competere con quello di un lottatore, soprattutto di un lottatore che ha vinto ad Olimpia».
Punto nell’orgoglio, il marinaio con fermezza e con rispetto di getto ribadì tutte le sue capacità: «Ho imparato in oriente i segreti della lotta; ho imparato in Egitto che le cose deboli possono trasformare in forza la loro debolezza. Ho imparato che in corpo esile può nascondersi l’anima di Ercole e in un corpo immenso l’animo vile di un serpente. Ho imparato per il mondo che noi siamo l’anima che si è incarnata in noi e il corpo l’involucro che la racchiude. E se l’anima è forte anche il corpo lo è. Anche in un corpo esile», rispose Strabone alzando lo sguardo verso il magistrato.
«Tu credi nella trasmigrazione dell’anima?», chiese Zaleuco.




