La corona di bronzo e la preparazione alla battaglia
La legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino
«Locri ama i medici e anche gli artisti, che a Locri hanno sempre la cittadinanza. Fammi sapere dove alloggerai, perché potrei avere bisogno di te» disse il magistrato a Strabone dopo aver interpellato Clelia in merito alle nozze.
Strabone si inchinò alla decisione del magistrato. Poi si avvicinò a Clelia, con nelle mani la ghirlanda di bronzo e rame, dicendo: «Non vi è metallo prezioso alcuno, seppure lavorato finemente, che possa aggiungere niente alla tua bellezza».
La donna chinò la testa e piegò i ginocchi per ricevere il dono e piano sussurrò: «Aspetterò con ansia il giorno delle nozze e, per quanto breve sarà l’attesa, per me sarà un tempo infinito e perso per la mia vita».
Le amiche, testimoni di Ofelia, guardavano stupite, con la faccia rigida dalla sorpresa, ma soprattutto dall’invidia.
Solo a quel punto Zaleuco ebbe modo di guardare bene la corona per cui si era litigato. Essa era ben composta da una lamina di bronzo per la parte centrale a forma di mezza luna, con quattro fila di borchie con un foro centrale, nel quale nelle due file interne erano inseriti dei fiori lavorati con oro, nelle due fila esterne delle foglie di olivo in rame. Da ambo i lati la banda continuava con due strisce di cuoio che permettevano la chiusura attorno alla testa. Era un gioiello unico e veramente di grande valore. Si poteva capire perché Strabone non volesse liberarsene e perché Ofelia avesse perduto la testa.
Tissaferne, nel frattempo, aveva completato la chiamata degli opliti. Tissaferne si sentiva predestinato a grandi cose, perciò volle trasformare l’incarico per quella piccola scaramuccia in un grande evento. Il giorno della partenza, fin dall’alba, schierò le truppe nella stessa posizione che avrebbero occupato durante la battaglia. Aveva combattuto con gli Spartani e da essi imparato l’arte della guerra che non faceva prigionieri con la terribile falange.Gli opliti erano uno accanto all’altro nell’Agorà nella forma di impatto più violenta. L’unità principale della falange, il lòchos, per aumentare la profondità della enomotìa era stato formato con 36 opliti disposti su tre fila da 12. Ogni lòchos era formato di 144 opliti .Tissaferne aveva previsto quattro onde completare una divisione, sufficiente alla bisogna. Non vi erano arcieri.
Zaleuco guardava la parata quando gli si avvicinò Tirso, che salutò il magistrato e si mise pure lui in prima fila. In cuor suo Tirso pensava che se quella era la tattica con la quale Tissaferne voleva affrontare i Siculi, con grande probabilità presto dal fronte ci sarebbero state cattive notizie. Tissaferne conosceva bene il modo di combattere degli Spartani, che era anche quello dei locresi, ma non sembrava avere duttilità mentale. Il tipo di schieramento che lo Stratega aveva in mente di utilizzare mal si adattava, a suo modo di vedere, al tipo di battaglia e, soprattutto, alla disposizione dei luoghi. Gli Spartani usavano tale tattica in campo aperto e nelle battaglie frontali decisive. A volte per aumentare la profondità dei lochòs schieravano gli opliti a fila di 6. Ma nelle guerre leggere, in quelle in cui la rapidità dell’azione aveva più importanza che l’impatto frontale, era bene utilizzare lo schieramento leggero per il quale l’unità di base della falange era l’enomotìa, composta da 48 opliti disposti su tre fila di otto. In prima fila, davanti a ciascuna di esse, si posizionava l’enomotarca. Chiudeva ciascun schieramento l’ouragòs, che garantiva la coesione del gruppo e impediva, soprattutto, le fughe. In caso di bisogno le enomotie potevano essere schierate a gruppi di due per dare impatto, con alla guida un pentecontarto.
Anche Agesilao guadava lo schieramento malinonico. Uno dei comandanti doveva essere lui. Ma Zaleuco aveva deciso diversamente, poiché per lui aveva altri piani.
La divisione, presto, prese la formazione di marcia con fila di tre opliti e si incamminò verso i monti su cui gli sparvieri facevano i nidi ,mentre una folla festosa li salutava.
Finita l’esibizione, i locresi si apprestarono a tornare verso casa. La giornata ancora era lunga. Tirso salutò di fretta Zaleuco e se ne andò. Il magistrato si attardò nella grande Agorà e fece cenno ad Agesilao di avvicinarsi. L’ oplita si avvicinò con il solito rispetto:
«Salute a te, Pastore» subito esclamò.
«Capisco il tuo rammarico – chiosò Zaleuco, – per la mancata partenza di oggi. Ma da questa scaramuccia nessuno acquisterà gloria. Tu sei ora più importante, a Locri. Tu sai dove alloggia Strabone, il marinaio».
«Sì, Pastore – rispose l’oplita. – So anche che cerca un luogo per iniziare la sua arte di medico».
«Ti ricordi, Agesilao, dei simboli visti su quel pezzetto di cuoio che hai trovato al porto di Zeffirio e della scritta nella tomba di Ilone?»
«Sì, magistrato» confermò Agesilao.




