Costume e SocietàLetteratura

La strategia di Zaleuco e l’ambizione di Tirso

La legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino

Improvvisamente, la sua mente rivide la faccia di Tirso a quella partenza. Il suo ghigno sarcastico che aveva scacciato dalla mente come un suo pregiudizio. Zaleuco di armi si intendeva, perché soldato, da giovane, ma non di strategia. Era stato pastore e illuminato dalla Dea Minerva. Capiva gli animali e gli uomini e il suo antico mestiere di servo non gli aveva permesso un costoso armamento militare. Ma Tirso no. Era un eletto. Aveva avuto maestri egregi in tutto, nelle lettere e nella filosofia. Il mestiere delle armi lo aveva appreso e capito dagli Spartani e anche la strategia di guerra. E poi la mente di Tirso era superiore. Se non fosse stato per la sua smodata ambizione, per la sua mancanza di morale e di rispetto delle regole, Tirso sarebbe stato destinato a grandi cose. Ma queste doti negative lo rendevano pericoloso. Zaleuco cercò invano di scacciare il pensiero che Tirso andava eliminato. Ma il pensiero era fisso e si affinava. Tirso non andava solo eliminato; andava agli occhi della gente umiliato; umiliato il suo modo di vivere; umiliato e oltraggiato l’uomo perché non diventasse un esempio da imitare, per la neonata Polis. Locri aveva bisogno di stabilità sociale ed economica. Le leggi impedivano la singrafe e il divieto di commerciare per interposta persona evitava l’abbandono delle campagne. Il legname e la pece rendevano, ma il baratto con altra merce non sempre era pagante. L’olio di oliva a Locri era poco, pochi i metalli e la pece e il legname erano richiesti. Aveva sentito parlare dell’uso di moneta per lo scambio, ma il Legislatore la riteneva pericolosa e inutile: come poteva una piccola borchia di rame, bronzo od oro rappresentare e appagare la fatica di tanta gente?
Mentre i pensieri si accavallavano, i carri arrivarono all’Agorà. A uno a uno Zaleuco riconobbe i valorosi proprietari terrieri. E vi era Diomedonte, Cinna, Menelao, Stobeo. Quattro per ogni carro; venti in due giorni di quella che doveva essere una rapida e indolore rappresaglia. A cavallo procedeva il mesto corteo Alceo, figlio di Medea, donna della Cento Case, e chiese dove portare i corpi. Zaleuco disse all’oplita di portare ciascuno a casa della propria famiglia, avvisando i famigliari. L’oplita cerco di spiegare anche il perché della strage, ma Zaleuco fece cenno che era meglio riferire direttamente al Consiglio dei Mille. In quel momento arrivò Tirso, il suo volto esprimeva ira, ma Zaleuco vi vedeva anche la soddisfazione di chi aveva predicato guerra dura e non era stato preso in considerazione. L’Assemblea sarebbe stata di fuoco.
Il sole era alto nel cielo ed il caldo era opprimente.Tutti i Mille si erano riuniti, nessuno aveva voluto mancare. L’oplita Alceo fu invitato a parlare.
«Quando siamo partiti da Locri, abbiamo preso la strada che porta al Monte degli Sparvieri per raggiungere le campagne di Medma – cominciò l’oplita – e cominciare con azioni improvvise nei dintorni della città. Grande è stata la sorpresa e lo sconcerto nel non incontrare nessuno. La gente fuggiva da lontano come se sapesse del nostro arrivo. Dopo il primo giorno tutti sembravano essere scomparsi. Gli alberi numerosi e le siepi nascondevano ogni cosa e non si vedeva anima viva, solo animali abbandonati e selvaggina. Il secondo giorno fu ucciso Artemio, figlio di Licata. Due frecce lo colpirono da punti diversi. Si era allontanato perché aveva visto un coniglio. Nessuno di noi vide i nemici. Così in tre giorni, di giorno in giorno, noi non abbiamo visto nemici, ma abbiamo subito nella penombra della selva continue imboscate. Colpire Medma direttamente non è possibile poiché la falange approntata non basta per uno scontro campale. Tissaferne chiede che vengano mandati altri opliti, poiché ogni giorno subiamo attacchi continui e fugaci», concluse il soldato.
Al suo discorso seguì un silenzio imbarazzato. Nessuno sembrava voler parlare. Tirso decise di intervenire. Si mise al centro dell’Agorà e con grande senso della scena con gli occhi fece il giro dell’adunata. Nessuno osava guardarlo direttamente ed egli decise di osare: «Questi morti, o illustri concittadini – cominciò, – sono il frutto della vostra mancanza di coraggio». Un mormorio di disapprovazione si levò dall’Assemblea, ma Tirso sapeva dove voleva arrivare, e continuò: «No, illustri locresi, non metto in dubbio il vostro coraggio e la dedizione all’amata polis di Epizephiri. Io voglio solo dire che un pericolo non va mai sottovalutato e i nostri soldati vanno sempre salvaguardati. Se i Siculi hanno ammazzato Ilone e Caronda, erano già pronti per la guerra. Pensare di prenderli di sorpresa era un’illusione. Medma andava messa a ferro e fuoco. Ma pochi soldati in formazione di attacco campale in un territorio adatto alle imboscate, non sono stati una scelta giusta.»

Redazione

Redazione è il nome sotto il quale voi lettori avrete la possibilità di trovare quotidianamente aggiornamenti provenienti dagli Uffici Stampa delle Forze dell’Ordine, degli Enti Amministrativi locali e sovraordinati, delle associazioni operanti sul territorio e persino dei professionisti che sceglieranno le pagine del nostro quotidiano online per aiutarvi ad avere maggiore familiarità con gli aspetti più complessi della nostra realtà sociale. Un’interfaccia che vi aiuterà a rimanere costantemente aggiornati su ciò che vi circonda e vi darà gli strumenti per interpretare al meglio il nostro tempo così complesso.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button