La crisi della Politica Mondiale tra silenzio e complicità
Pensieri, parole, opere… e opinioni

Negli ultimi cinque giorni, la cronaca internazionale ha restituito uno spaccato impietoso e lucidissimo dello stato di salute della politica mondiale: malata, ipocrita, cinica e, nella migliore delle ipotesi, priva di coraggio. L’Italia, purtroppo, si conferma tra i Paesi affetti da questo morbo, incapace di sollevarsi da una condizione di passiva subordinazione e di esercitare un’influenza morale e diplomatica autonoma sul piano globale.
Serviva che un missile colpisse una chiesa cristiana, e ferisse un sacerdote, perché il nostro governo trovasse finalmente la forza di pronunciare un timido “inammissibile” sui massacri che Israele compie da anni a Gaza. Sessantamila morti, di cui diciottomila bambini, ospedali e mercati annientati, interi campi profughi rasi al suolo. Tutto silenziosamente tollerato, con uno sguardo rivolto altrove. Poi, una chiesa. E all’improvviso, Antonio Tajani e Giorgia Meloni hanno sentito la necessità di condannare, come se quel solo simbolo potesse giustificare una reazione che avrebbe dovuto essere ben più tempestiva e coerente.
La cosa forse più grave è che il sussulto sia durato appena ventiquattro ore. Giusto il tempo di qualche tweet. Perché il giorno dopo, quando le bombe israeliane hanno massacrato cento persone, tra cui quaranta in fila per un sacchetto di farina, quelle parole di condanna si sono trasformate nuovamente in silenzio. Nessuna dichiarazione, nessun comunicato, nessuna condanna. Verrebbe quasi da pensare che la scala di indignazione del governo italiano sia regolata non sulla gravità dei fatti, ma sulla loro risonanza religiosa e simbolica per l’opinione pubblica interna. Un modo di agire che grida contro la dignità della diplomazia e che svilisce i principi che un Paese civile dovrebbe saper difendere.
È quello stesso tipo di incoerenza che ha marcato la gestione del caso Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, sanzionata unilateralmente dagli Stati Uniti per il suo lavoro senza che il governo si occupasse della sua controversia. Nessuna parola di sostegno, nessuna difesa pubblica, nessuna richiesta di spiegazioni a Washington. Solo un commento del ministro Tajani che, dopo dieci giorni di mutismo, si limita ad affermare che non si tratta di una questione italiana. La conferma di subalternità morale e politica che denunciavamo la scorsa settimana e conferma quanto poco contino i diritti e la sovranità nazionale quando a prevaricare sono gli Stati Uniti. In un momento in cui sarebbe stato necessario alzare la voce, l’Italia ha preferito abbassare lo sguardo.
Un atteggiamento tollerato fino a quando la politica statunitense poteva essere presa a modello di democrazia e salvaguardia dei diritti umani, ma che coincide invece con il momento più basso anche per la politica interna d’oltreoceano, che proprio negli stessi giorni dimostra una disumanità da manuale: 500 tonnellate di biscotti energetici, sufficienti a sfamare un milione e mezzo di bambini afghani e pakistani per una settimana, verranno infatti inceneriti per volontà del presidente Donald Trump. Comprati con fondi pubblici, mai spediti per negligenza burocratica, finiranno in fumo con un ulteriore spreco di denaro. Un crimine contro la dignità umana e contro il buonsenso, che rivela l’abisso morale di un’amministrazione che preferisce bruciare il cibo piuttosto che salvare vite. Il gesto, simbolicamente devastante, che mostra l’assurdità di una macchina amministrativa che, pur di non ammettere i propri errori, rinuncia al bene comune e calpesta il valore della solidarietà.
Unica nota positiva di questa tragica sequenza di notizie è la coraggiosa decisione della Corte Penale Internazionale di mantenere la validità dei mandati d’arresto per Benjiamin Netanyahu e il suo generale Yoav Gallant. Malgrado le intimidazioni di Israele, le sanzioni statunitensi e il balbettio dell’Europa, la CPI ha ribadito un principio fondamentale: nessuno è al di sopra della legge. Un atto di giustizia internazionale che rappresenta un piccolo faro nel buio fitto delle omissioni e delle collusioni politiche.
Un segnale importante, ma insufficiente a frenare la deriva autoritaria e l’assoluta mancanza di controllo che Netanyahu sembra ormai abbracciare. Il suo governo, isolato ma protetto a livello internazionale, agisce in una zona grigia di impunità che mina la credibilità del diritto internazionale.
Alla luce di tutto questo, il quadro è desolante. Il mondo assiste inerme a crimini evidenti, mentre governi che si professano paladini di valori universali scelgono il silenzio, la complicità o, peggio, la propaganda selettiva. In questo contesto, l’Italia non coglie colpevolmente l’occasione di esercitare un ruolo etico e credibile nel concerto internazionale. Le sue parole non pesano, le sue posizioni non influenzano, le sue scelte sembrano dettate più dalla paura di scontentare che dal coraggio di agire.
E ciò che più fa male, è che a pagare il prezzo più alto non sono i responsabili di questo scempio, ma le vittime innocenti che continuano a morire nel silenzio. Silenzio che pesa come un macigno sulle coscienze e che, giorno dopo giorno, allontana sempre più la possibilità di costruire un mondo davvero giusto e umano.




