
Di Giuseppe Pellegrino
Senocrito era un asceta e rigido alle regole. Tirso era presente al rito, ma il giovane era incurante delle regole e la sua presenza nel luogo si giustificava solo per i favori di Senocrito e forse anche di Euridice. Anche in quella riunione portava vesti eleganti, quasi Milesiane. Il poeta si rivolse al suo amore e al suo odio e lo apostrofò: «Tirso, gli Dei per te devono avere avuto grandi progetti, se ti hanno dotato di tutto e tuttavia nessuno può raggiungere cime alte se pensa sempre e prima di ogni cosa al suo piacere. Tu non osservi le regole di Orfeo. Anche alla cena con Caronda hai offerto carne e pesce, ma sopratutto ne hai mangiato tu. Le tue vesti erano di lana finissima ed eleganti. Tu credi di poter raggiungere la perfezione e la leggerezza del cuore anche inimicandoti l’Ade ? Tu credi di potere raggiungere la gioia eterna, senza dover giurare di non avere fatto azioni malvagie contro l’uomo? No, Tirso, non è possibile. Ho l’impressione che tu, il povero Ilone e lo stratega Tissaferne, e chissà quanti altri, utilizzate i nostri riti solo per tramare di politica, solo per fini inconfessabili».
Tirso teneva la testa bassa. Non gli importava molto dei rimproveri di Senocrito, se non per il dispiacere che provocava al poeta, che da severo conoscitore degli uomini, aveva intuito che i riti dei mistes e dei baccoi erano utilizzati per traguardi politici. Troppo pochi erano per imporsi pubblicamente. Troppo potente Zaleuco per una sfida a campo aperto. E poi c’era Euridice, il suo punto debole. Il giovane alzò la testa, ma senza guardare negli occhi il poeta, con tono dimesso, si giustificò: «Figlio prediletto delle Muse, mi rendo conto che la mia natura ribelle possa inimicarmi Orfeo. Però ti giuro che la mia fede è certa. Chiedo a te di farmi ancora da severo maestro perché io possa conoscere le strade dell’Ade e la mia anima non vaghi in eterno prima di trovare la sua leggerezza».
Senocrito si addolcì. Guardò l’uomo che non lo faceva dormire la notte e decise che la sua missione era quella di salvare l’anima di Tirso dalla eterna reincarnazione.
Non durò molto, il rito.Ciascuno confessò, più o meno sinceramente, di non avere tradito la fede, di non avere calunniato o oltraggiato. Invero, la riunione trovò il suo punto fermo nel nuovo adepto, al quale si fecero tante domande. Incuriosiva i presenti la conoscenza del marinaio dei concetti più segreti del rito di Orfeo ma, soprattutto, la sua arte di medico.
Dopo qualche tempo, Senocrito, stanco, deluso da Tirso, ma contento per la presenza del misteros Strabone, congedò tutti e la riunione si sciolse. Quando tutti se ne andarono e Senocrito restò solo, si fece avanti di un passo Euridice e chiese:«Dimmi poeta, potrà la mia anima trovare la quiete di Mnemosyne? Dimmi, non avere dato un figlio a Ilone è una colpa che può essere espiata?».
«Tu porti – disse il poeta – il nome della sposa di Orfeo. Tu sai le lacrime che Persefone pianse per il dolore del vate. Ma non ti ho visto soffrire alla morte del tuo sposo. È necessario seguire la via mistica per superare la condizione umana e la mediazione della polis per la tua salvezza. Ilone sta già con gli Dei, poiché la sua deificazione è avvenuta già con il rito funebre». Poi ambiguo aggiunse: «Spero che tu non abbia fatto torti a colui che ha già raggiunto la fonte di Mnemosyne e le verdi praterie dei Campi Elisi».
Euridice ascoltava a testa bassa. Alla fine del discorso del poeta la sua testa è ancora più china. Euridice durante il rito guardò con insistenza Strabone, quando aveva saputo della sua arte di medico. L’uomo era giovane. Sembrava sincero e addentro, oltre che nei misteri, anche nell’arte di curarsi degli altri. La donna ringraziò Orfeo, ma anche Persefone, che lo aveva mandato a Locri e si fece strada nella sua testa l’idea che il medico poteva essere la salvezza della sua anima. Poi guadagnò la sua casa di sposa dall’interno. Per lei non era necessario uscire in strada.
Tornato a casa Zaleuco, soddisfatto, chiese alla moglie delle fave fresche, del formaggio per cena. Imena guardò con severità il marito e gli disse:«Pastore, tu sai che alla dea Persefone non è gradito che si mangi fave».
«So – rispose il magistrato, – che queste credenze vengono rispettate altrove, ma non credo che Persefone possa avere proibito una cosa così buona».
La donna fece con la testa cenno di dissenso, come dire che era difficile convincere una testa dura, ma aggiunse a quanto chiesto dal marito una focaccia impastata con olio, appena cotta su mattoni di terracotta posti sopra il fuoco. Zaleuco gradì e non ringraziò, poiché i pensieri erano altrove. Si domandava, il magistrato, se la setta che praticava solo riti religiosi fosse uno stato nello stato. Certo, Senocrito non era infido, Strabone era una persona leale, ma Tirso, Euridice… E Ilone, cosa c’entrava? Pensieri, attacchi d’ira, propositi si accularono nella mente del magistrato, che tardi si apprestò ad andare a dormire. Sperava in una visita di Strabone. Inutilmente.




