
In una sola settimana, il mondo ha visto ciò che per mesi in troppi hanno tentato di negare, minimizzare, silenziare. La guerra nella Striscia di Gaza non è soltanto una catastrofe umanitaria: è ormai una tragedia morale globale, scritta col sangue dei civili, con la fame, con la censura sistematica di ogni dissenso. Ed è anche una cartina di tornasole: chi resta in silenzio, chi cerca ancora equidistanze, oggi si schiera – consapevolmente o no – dalla parte dell’ingiustizia.
Tra le voci che si sono sollevate con più forza e dignità ci sono quelle provenienti dal Sud Europa e dal Sud del mondo. Pedro Sánchez, il 28 luglio, ha annunciato che la Spagna lancerà “migliaia di chili di alimenti” sulla Striscia di Gaza con aerei militari. Un gesto tanto concreto quanto simbolico: un atto di accusa all’inerzia dell’Occidente, al blocco imposto da Israele, all’assenza di una risposta umanitaria credibile. Mentre l’Italia firma nuovi accordi militari e tace, la Spagna agisce. E con lei si muovono anche altri governi coraggiosi.
Il Brasile ha scelto infatti di unirsi alla denuncia per genocidio contro Israele presentata dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia. Una scelta pesante, netta, assunta nonostante le pressioni e le minacce. “Non c’è più spazio per l’ambiguità morale”, ha dichiarato il presidente Lula. Una presa di posizione che rompe l’ipocrisia diplomatica e impone di guardare in faccia la realtà.
Nel cuore dell’Europa, nel frattempo, la Slovenia ha dato un segnale altrettanto inequivocabile: stop totale all’export di armi verso Israele, denuncia all’Unione Europea per l’immobilismo e lancio di provvedimenti concreti. Un messaggio semplice ma potentissimo: non si può restare complici.
Anche il nord Europa si muove. I Paesi Bassi, attraverso il loro ministro degli Esteri Caspar Veldkamp – uomo di centrodestra – hanno espulso due ministri israeliani, accusandoli di incitamento alla pulizia etnica. Non è un atto isolato, ma accompagnato dalla richiesta di sanzioni economiche e dalla sospensione dei privilegi commerciali UE. Non serve essere radicali per dire la verità: serve dignità.
Più vicino a casa, alcuni segnali di risveglio provengono dalle istituzioni locali e da figure coraggiose. Il Comune di Genova ha approvato una mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina e per l’imposizione di sanzioni contro Israele. La sindaca Silvia Salis ha dimostrato che si può rompere la paralisi anche dal basso, anche in una nazione come l’Italia, dove regna il conformismo politico.
Ma uno dei momenti più forti è arrivato il 30 luglio, quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rotto un lungo silenzio pronunciando parole inequivocabili: «Perseverare negli errori è diabolico» ha affermato, accusando Israele di colpire deliberatamente ambulanze, ospedali, bambini. È stato un atto di verità che ha squarciato il velo dell’ipocrisia, ma che non ha scalfito il silenzio ormai ingiustificabile del governo italiano.
Anzi, quando il giorno seguente, la relatrice ONU per i territori palestinesi Francesca Albanese ha parlato alla Camera dei crimini di guerra a Gaza, Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione per metterla sotto accusa. Primo firmatario Galeazzo Bignami, salito agli onori delle cronache qualche tempo fa per essersi travestito da nazista. Un tentativo di censura che rivela l’imbarazzo di chi teme la verità?
Non sono mancate le testimonianze individuali che rafforzano il fronte della denuncia. Lucia Goracci, giornalista RAI, è stata minacciata in diretta da un colono israeliano mentre documentava gli abusi in Cisgiordania. Il giovane attivista Antonio La Piccirella, sopravvissuto al sequestro della Freedom Flotilla, ha annunciato una denuncia internazionale contro Israele nonostante le intimidazioni ricevute. Gesti di coraggio civile che valgono più di molte dichiarazioni ufficiali ma che evidentemente non valgono una reazione politica a tutela dei propri cittadini.
Infine, le parole di una storica ebrea come Anna Foa hanno colpito nel profondo: «Quello che sta accadendo è un genocidio.» Lei, che ha dedicato la vita alla memoria ebraica, parla oggi di «suicidio morale, fascistizzazione, suprematismo». Un grido che viene da dentro, da chi ha scelto la verità anche contro le proprie appartenenze.
Chi nega, minimizza o tace è complice. Ogni parola non detta, ogni ambiguità mantenuta, ogni contratto firmato con Israele è una scelta politica. Di corresponsabilità. Di vergogna.
Eppure, una flebile fiamma di speranza resiste. È la voce di chi, in Europa e nel mondo, ha il coraggio di dire “basta”. È l’azione di governi come quello spagnolo, brasiliano, sloveno. È la dignità di chi manifesta, denuncia, si espone. È l’eco di chi, anche da posizioni di potere, si schiera dalla parte dell’umanità.
Voglio credere che il tempo del silenzio stia per finire. E con esso, l’alibi dell’inerzia.



