Costume e SocietàLetteratura

Il giudizio di Strabone

La legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino

«Io non ho mai detto il falso, non ho mai ucciso, neppure durante la rivolta di Teagene, non ho mai rubato, non ho mai mangiato carne di animali o di pesci da quando mi sono accostato al rito di Orfeo, né vestito indumenti colorati – disse con veemenza Strabone a Euridice. – Quando la mia morte avverrà, sarà un giorno lieto, perché spero che, allorché il Dio dell’Ade peserà il mio cuore, esso sarà più leggero di una piuma e io potrò congiungermi all’anima del grande universo dopo avere bevuto l’acqua di Mnemosyne. Ora tu non puoi chiedermi di rischiare la tua vita».
«Tu non sarai responsabile della mia vita per ciò che farai controbatté la donna con uguale veemenza, – ma di certo sarai responsabile della mia morte, poiché non mi lasci altra scelta che porre con la fine della mia vita un rimedio alla mia vergogna».
Strabone rimase stravolto dalla calma energia della donna e della sua disperazione. Aveva due cuori. L’uno, il più grande, propese in favore della donna.
«Non so quando potrò esserti utile, donna – disse il medico. – Non ho i ferri della mia professione. Devo trovare un artigiano che sappia lavorare il bronzo e l’argento per gli strumenti che mi dovrà fare. Tu conosci qualcuno che mi possa aiutare?» domandò.
«Diodoro. Un siculo di orgine tracia che lavora a Centocamere, potrà soddisfare le tue richieste» rispose pronta la donna.
«La notte in cui verrò, Euridice – disse il medico per concludere la conversazione – di’ a quelle delle tue donne che sanno mantenere un segreto di preparare tanta acqua calda e tanti panni di lino bianco. Le altre mandale via. Mi auguro di non dover rendere conto della tua vita mai a nessuno, non per la mia anima, ma per la tua vita» si congedò Strabone.
Quella sera Strabone non andò da Clelia, che lo aspettò pensierosa. Fece in tempo a mangiare il resto del pranzo del giorno consistente in una focaccia, quando Agesilao arrivò. Prese una clamide di bianco lino leggero. Era il mese di Demetra, ma la sera era fresca e seguì l’oplita fino alla tomba di Ilone. Zaleuco era già sul posto, vestito del solo chiton, con accanto un altro oplita. Il vecchio non demordeva mai. Strabone era angosciato poiché la sua fede vietava avvicinarsi alle tombe. Ma quando aveva detto di sì ad Agesilao, sul momento non si era reso conto di quello che gli veniva chiesto. Non gli era di sollievo neppure il fatto che veniva richiesta la sua esperienza di medico, poiché il cadavere era inumato in una tomba. La sua disperazione aumentò al pensiero che ormai la sua anima era destinata a una nuova reincarnazione, perché non poteva più tirarsi indietro. Inoltre, il medico non capiva il perché di tutte quelle indagini, ma Zaleuco una ragione la doveva avere: il vecchio sapeva sempre quello che doveva fare. L’apertura della porta questa volta fu più facile e più facile rimuovere la pietra della tomba. Strabone non aveva visto mai niente di così lussuoso. Il gallo era morto senza neppure finire il magime. Per terra il melograno. Khyta, bicchieri di vino,a forma di testa di cavallo, di toro; alabastron per i profumi; pissidi con coperchi finemente decorati e collane in oro intrecciate in pietra e la tomba istoriata con il mito di Orfeo ed Euridice. Già, Euridice. Agesilao, con l’oplita, sollevò il coperchio di pino bianco e il corpo brutto e puzzolente di Ilone apparve ancora quasi intatto e conservato. La deformazione della sua arte ebbe il sopravvento e Strabone guardò le ferite al collo, le altre erano coperte dalla vesti di lino bianco.
«È morto strangolato?» chiese il medico.
«Tu che ne dici, Strabone? – chiese Zaleuco. – Il corpo presentava numerosi fendenti da spada ma le ferite erano senza sangue», continuò il magistrato.
«Aiutami, Agesilao, a prendere il corpo e a scoprirlo», ordinò all’oplita, che subito con il suo camerata prese il piccolo corpo di Ilone, che si accingevano a spogliare. Strabone guardò nella bara e vide un luccichio di oro. Prese la laminetta, sorrire la mostrò a Zaleuco con gioia, forse era un segno che ancora la sua anima era pura. Zaleuco chiese: «Cos’è e perché sei felice?»
«Sono le regole dell’Aldilà, legislatore, e io posso conoscerle da vivo
«Puoi, leggerle ?» chiese Zaleuco, più incuriosito che interessato.
E Strabone, con gli occhi di tanto in tanto rivolti al cielo, lesse a voce alta:
«A Mnemosyne appartiene questo sepolcro.
Appena sarai venuto a morte, giungerai alle case ben costruite di Ade.
V’è sulla destra una fonte, e accanto a essa svetta un cipresso bianco:
là discendono le anime dei morti e cercano refrigerio;
a questa fonte non accostarti neppure.
Più avanti troverai la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosyne:
vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, che mai cerchi attraverso le tenebre dell’Ade.
Dì: sono (figlio) della Greve (Terra) e del Cielo stellato.
Ardo di sete e mi sento morire;
ma datemi presto l’acqua che scorre dal lago Mnemosyne.
Ed essi allora saranno misercodiosi per volere del sovrano degli Inferi;
e ti daranno da bere l’acqua del lago di Mnemosyne.
E quando avrai bevuto ti inoltrerai per la sacra via che anche gli altri mystai e bacchoi percorrono gloriosi.
»

Redazione

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