Costume e SocietàLetteratura

Un pizzico di libertà

Di Giuseppe Fortunato Curulli – 1ª A Classico Istituto d’Istruzione Superiore Francesco La Cava Bovalino

Non ha mai amato l’obbedienza: sempre ribelle, anticonformista, controcorrente. Da bambina, inforcava la bicicletta, una Ondina azzurra e spariva; sua madre si affacciava dal balcone e lei non c’era…
«Dove eri?» le chiedeva. E lei, con indicibile faccia tosta, rispondeva: «Qua di fronte casa o al massimo alla seconda salita!»
«Non è vero! È un pezzo che sono affacciata e non ti ho visto passare!»
Lei si avventurava persino alle baracche degli zingari, su un viottolo sterrato pieno di rovi che si snodava da casa sua fino al prolungamento di via Dromo. Non aveva paura, meno che mai degli zingari, anzi le erano simpatici, con quelle loro vesti colorate dagli abbinamenti strampalati e il loro gergo dialettale cadenzato come una musica.
Non aveva paura di niente, amava l’avventura. Per queste sue incursioni in territori proibiti, quando qualcuno riferì alla madre di averla vista sfrecciare in bici così lontana da casa, le toccò una dura punizione: appena rientrata e posata la bici in giardino, uno scroscio sonoro di legnate a suon di manico di scopa nell’androne delle scale…
«Così ti passa la voglia» le disse sua madre.
Ma a lei, anziché passare, la voglia si faceva più insistente, più pressante, verso nuove mete, verso nuovi orizzonti, verso nuovi pericoli.
Scelse di studiare al liceo classico solo perché doveva viaggiare per raggiungere Locri, mentre avrebbe potuto frequentare il liceo scientifico al suo paese, ma non era proprio il caso, figurasi… che gusto c’era a rimanere nello stesso posto?
Tuttavia, la ragazza non aveva fatto i conti con la severità del padre, che alla prima figlia studentessa presso la scuola magistrale di Locri aveva garantito per quattro anni una macchina con un autista, che prestava il suo prezioso servizio privato, a pagamento, per evitare che le “signorine” utilizzassero mezzi pubblici poco raccomandabili. Non si sa che tipo di incontri si potevano fare…
Alla seconda figlia, quella ribelle, il padre aveva voluto mantenere lo stesso mezzo di trasporto e per un anno così fu, solo che a lei era toccato come autista l’usciere del tribunale di Locri, sicché la ragazza seguiva gli orari di lui: usciva di casa alle sette del mattino e rientrava alle 14:30. Altro che avventura! Una tristezza senza fine!
Lei sopporto a denti stretti, ma elaborò un suo piano d’attacco: finita la IV ginnasio (così si chiamava allora la prima classe di liceo) promossa con ottimi voti, contrariamente alle aspettative famigliari, lei affrontò il padre.
«Se continui a mandarmi a scuola con l’autista, io non ci vado più, per essere presa in giro dai miei compagni; o mi mandi con il treno o non vado più a scuola e te lo rinfaccerò per tutta la vita!»
Il padre, che pure era abituato al carattere tenace e “giacobino” della figlia, non se lo aspettava. Rispose calmo e risoluto egli pure: «Ebbene sia! Ma con l’abbonamento di prima classe…»
A quei tempi i treni presentavano la prima classe per i passeggeri più esigenti e la seconda classe per tutti gli altri; carrozze divise in scompartimenti con sei posti a sedere in morbido velluto oppure otto posti su tavoloni di legno nudo, affollatissimi dagli studenti della ionica che da Palizzi in su raggiungevano le scuole di Locri, di Siderno, di Roccella, sul cosiddetto “trenino degli studenti”. Lei accettò il compromesso, già sapendo che sarebbe andata avanti e indietro nel treno, alla ricerca delle sue amiche e dei suoi amici a formare gruppo, a prescindere dalla prima e dalla seconda classe…
Era il ’68.
Nelle Università di Berkeley, di Harvard, alla Sorbona di Parigi e poi, di Bologna, di Roma, di Milano gli studenti contestavano i metodi di insegnamento ormai obsoleti, cantavano canzoni di protesta, scandivano ritmicamente slogan contro la società borghese, tradizionalista e ipocrita. “L’immaginazione al Potere!”
Anche nelle piccole università e nelle scuole superiori dei paesi di provincia il vento della contestazione giovanile soffiò più o meno forte.
Lei era alta e snella, lunghi capelli nerissimi dritti e lisci fino alla schiena, jeans a zampa di elefante che ondeggiavano sugli scarponi, (orrore di sua madre quegli scarponi maschili, ai piedi di una femminuccia), eskimo rigorosamente blu, unisex con gli alamari. Dalla radiolina, dal “mangiadischi” e dal mangiacassette, acquistati con i suoi risparmi, ascoltava la musica straniera dei Beatles e dei “Rollistons”, si entusiasmava al suono della chitarra dei Nomadi che intonavano Dio è morto, ma aprivano la speranza a un mondo nuovo e si commuoveva per il ragazzo morto in Vietnam che aveva lasciato la sua gioventù per andare a sparare ai Vietcong.
Alternava a questa sua grande passione quella più normale della lettura: Kafka, i naturalisti francesi, i classici russi in versione integrale, Joyce, Shakespeare, Proust, Camus, Hesse, libri che saccheggiava dalla biblioteca della sorella o prendeva in prestito da quella del padre della sua migliore amica e li divorava, d’inverno, nei tempi liberi e sulla spiaggia, sotto l’ombrellone nella calura estiva.
Non amava le conversazioni banali, ma quelle impegnate, inserita nel gruppo dei coetanei, ovviamente maschi e femmine, nei lunghi pomeriggi di vacanza trascorsi al lido, tra una canzone selezionata al jukebox con il gettone e un gelato.
Finito il ginnasio e iniziato il liceo, l’incontro fatale con la Filosofia!
Il professore era decisamente brutto, un anziano signore con baffetti e occhiali spessissimi da vista; arrivava col suo maggiolino Volkswagen, color nocciola, immancabilmente in vestito e cravatta fuori moda, severo, ma con un sorrisetto ironico sotto i baffi; al cambio dell’ora, dopo la lezione di greco dell’intramontabile signorina Vinciguerra (quasi settantenne) davanti alla quale tremavano tutti, compreso il preside dagli studenti soprannominato “Pipino il breve”, o dopo la lezione dell’austero professore Ferraro di italiano, un signore fuori dal tempo, arrivava lui, il prof. Arena e, stando sulla porta, lanciava letteralmente in aria il registro che planava inesorabilmente sulla cattedra con un tonfo sordo: un brivido correva lungo la schiena dei ragazzi, perché in quel registro erano annotati tantissimi tre!
«Se vuoi essere libera, veramente libera – le disse un giorno che lei era rientrata in ritardo dopo l’intervallo – non devi mai metterti nella condizione di trasgredire una regola, scelta, condivisa e approvata. Non devo essere io a ricordarti come ti devi comportare, devi saperlo da sola! Le leggi si rispettano… o si lavora per modificarle se non sono eque e giuste.»
Lei diventò tutta rossa in viso, abbassò gli occhi e non disse nulla. Fu l’ultima volta in vita sua che arrossì.
Non si mise mai più nella condizione di essere corretta e divenne… anarchica!
Racconta spesso: «Nella mia vita mi sono innamorata tante volte… di Socrate, di Seneca, di Giordano Bruno, di Immanuel Kant, di Marcuse, di Richard Gere e anche di quel giovane con cui ho ballato la macarena alla Placa di Atene tanto tanto tempo fa.»
Adolescente, a chi le chiedeva quale fosse il suo ragazzo ideale, senza alcun’esitazione rispondeva: «Alto, biondo, coi capelli lunghi sul collo e sulle spalle, gli occhi azzurri, la barba e che sappia suonare la chitarra.»
Si è sposata giovanissima, a vent’anni, con un ragazzo alto, bruno, senza barba e dalla calvizie incipiente; quanto a strumenti musicali… neanche l’ombra!
Se ne era innamorata avendolo visto in divisa blu, con riporti dorati per indicare i gradi e le stelline di metallo grigio, sergente della marina militare, amore a prima vista per entrambi.
Passato qualche anno avevano fatto famiglia, due diplomi in tasca, nessuna laurea, studi universitari in itinere, nessun lavoro, ma la certezza di costruire un futuro in due. È stata dura.
Negli anni Settanta era ancora viva la protesta studentesca, la data fissata per le lezioni o per gli esami spesso saltava e i tempi per la discussione della tesi si allungavano, mentre i vetri della facoltà di filosofia erano infranti dai colpi delle catene sferrati dagli estremisti di destra e i celerini correvano in tutte le direzioni, coi loro manganelli…
Erano anni difficili, ancora oggetto di studio e indagine storica, dice lei quando ripensa a quel passato, a quegli anni della sua gioventù.
«Cosa la vuoi questa brutta gatta pelosa? Buttala dalla finestra!», così disse la zia di sua madre, in visita all’ospedale in quella piovosa giornata d’ottobre quando lei era nata.
Non la buttarono dalla finestra e lei è ancora qui, una vecchia signora dal sorriso bonario, accogliente, che ha scelto di insegnare ai ragazzi il pensiero critico, la creatività, la bellezza, l’armonia.
Non si può dire di conoscere una persona se non si conosce la sua casa e in casa sua la mansarda è il suo “luogo dell’anima”: sul tetto spiovente è letteralmente inchiodato un inserto di giornale interamente dedicato alla Rivoluzione francese in occasione del bicentenario.
Il suo nipotino così commenta: «La nonna stava leggendo il giornale, le è venuto uno starnuto e questo… è volato!»
Lunga vita a Marianna Costaldo, come lei desidera essere ricordata.

Redazione

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