Il Mistero di Lisippa e il Cavalluccio di Legno
La legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino
Zaleuco lasciò il medico alla sua ispezione e si mise a girare per la casa. Non era grande, almeno così sembrava a un visione di insieme, ma era ben fatta. Vi erano due stanze per dormire. Trovò degli abiti da donna sul letto, ma anche piccole tuniche. In cucina vi era farina di grano e di farro. In un vaso vi era carne di maiale sotto sale. Anche del miele vide il magistrato, e noci. In un grande vaso si intuiva la presenza di olive in salmoia e vi erano orci pieni di olio e di vino profumato e su una tavola attaccata, a distanza da terra, al muro, vi era formaggio di varia pezzatura che si intuiva essere stato fatto parte con latte di pecora e parte con latte vaccino. Zaleuco uscì fuori e vide, sotto l’ombra di una pergola un cavalluccio di legno. La mano andò alla benda e l’occhio manifestò dolore. Vide una panca di pietra sotto il patio e si sedette. Locri non era grande, ma quante cose ignorava. Come potevano due donne sole e senza ricchezza alcuna avere provviste di quel genere? E il cavalluccio di legno? Era nuovo e fatto da un artigiano degno di questo nome. Non quattro assi legati tra loro, ma un vero e proprio cavalluccio scolpito nel legno a tutto tondo e, sulla groppa, una piccola morbida coperta. Zaleuco pensò al costo, ma poi al bambino. Doveva esserci un bambino non così piccolo ma neppure così grande, da giocare con un cavallo di legno. Ma del bambino nessuna traccia. Di Lisippa lo stesso. Agesilao e Strabone, non vedendo il magistrato, uscirono di casa e Zaleuco, senza alzarsi dalla panca di pietra accostata al muro di casa, guardò Strabone e domandò:
«È stata…?»
Non finì la frase che il medico rispose:«No, magistrato, a quel che ho potuto vedere non mi sembra che la donna abbia subito violenza. È stata picchiata, anche torturata, seviziata, come per strapapparle un segreto, ma il suo corpo, per quanto abbia potuto vedere esternamente, non mi sembra abbia subito violenza.»Zaleuco si alzò dalla sedile di pietra e avvicinò al cavalluccio di legno e lo accarezzò. Faceva tenerezza il giocattolo. Il cavallo aveva briglie di cuoio. La coperta stava a significare la premura della madre, evidentemente, non voleva che il figlio si facesse male. Il magistrato vi girò attorno e a quel punto sulla fronte del giocattolo, dove la briglia si incrociava, vide un bagliore. Zaleuco si avvicinò e guardò da vicino. Attaccata sull’incrocio della briglia vi era una borchia di metallo bucato al centro e affisso con chiodo di bronzo. Impressa una figura di un uomo ed una scritta attorno. La scritta era piccola, difficile da leggere e Zaleuco non potè vedere il lato opposto. Non aveva mai visto niente di simile. Guardò Agesilao e poi Strabone con la faccia di chi non capiva. Fu Strabone a chiarire i suoi dubbi.
«È una moneta Magistrato, una moneta, di oro sembra, di notevole valore» disse. Poi, come un fiume, continuò: «Con una di queste si può comprare una pariglia di valenti buoi da tiro. Dalla forma del conio sembra venire da Cipro. Lì sanno fondere i metalli e usano fornaci costruite attorno ad un enorme frantoio per le olive. Pensa, magistrato, che i forni fusori hanno dei gocciolatoi dai quali scorre olio in continuazione per alimentarli con regolarità per non interrompere la fusione. L’olio funziona meglio del carbone.»
Senza fermarsi il marinaio continuò, non senza vanità, nei chiarimenti, dimostrando veramente di essere cittadino del mondo.«Credo – aggiunse – che si tratti di una tecnica appresa dagli Egiziani, di cui Cipro è stata colonia molto tempo fa, o, forse, dai Fenici».E così era vera la leggenda di Cipro che sapeva fondere il rame con l’olio senza usare carbone da tempo immemorabile. Zaleuco pensò che se i ciprioti erano in grado di fondere il rame, sapevano anche trattare lo stagno e certamente erano in grado anche di creare il bronzo. Strabone sosteneva addirittura che fondevano anche l’oro, l’agento e anche e che coniavano nomisma, moneta. Di sicuro vi era bisogno di molto olio e di molti olivi, pensò il magistrato. Locri ne aveva pochi.La mente vagò da sola. I funerali di Ilone, Lisippa, la passione del defunto siracusano per il danaro, una casa di poveri ma agiata, tanto da poter usare oro, del valore di una pariglia di buoi, per adornare un giocattolo.
Era la terza morte nel giro di pochi giorni e tutte avevano in punto in comune. Aveva fatto bene Agesilao a insistere perché il magistrato potesse essere sul posto. Ora occorreva mettere i tasselli l’uno accanto all’altro e vedere la figura nascente dal mosaico. Ma prima occorreva trovare Lisippa e il bambino. Il magistrato si rivolse ad Agesilao e chiese:«Puoi disporre di due o tre opliti di tua fiducia?»
L’oplita fece segno di assenso con la testa.«Tu devi trovare Lisippa e il bambino, vivi o morti». Agesilao fu sorpreso:
«Un bambino?» disse.«Sì – confermò,il magistrato. – Qui vi è un cavalluccio per bambini di recente fattura e usato da poco. Vedi la coperta sulla groppa? è pulita. In una delle stanze da letto troverai delle piccole tuniche.»




