Costume e Società

La verità come Missione: Sigfrido Ranucci si racconta a Grotteria

Sabato 13 settembre, la piazza Vincenzo Bruzzese di Grotteria si è trasformata in un luogo di ascolto e confronto per la presentazione del libro di Sigfrido Ranucci La Scelta, un’opera che non è solo un racconto delle inchieste realizzate dal conduttore di Report, ma una testimonianza del valore della verità e del giornalismo d’inchiesta.
La serata è stata aperta dal saluto del Segretario del locale Circolo del PD Simone Femia, che ha sottolineato l’importanza dell’incontro. «Non è solo un momento di riflessione, ma un’occasione per rinnovare il nostro impegno come cittadini consapevoli» ha affermato Femia, ricordando come la libertà di stampa sia «un bene prezioso, spesso dato per scontato, ma continuamente minacciato da pressioni e silenzi compiacenti».
A seguire, la presidente dell’Assemblea Metropolitana del PD Tania Bruzzese ha ringraziato  Ranucci «per aver accettato di essere qui, in un territorio dove nessuno credeva saresti arrivato. Eppure la tua presenza oggi è un segno concreto di attenzione verso le aree interne, spesso dimenticate, ma ricche di storie che meritano di essere raccontate» ha dichiarato, aggiungendo successivamente che «la verità è sempre rivoluzionaria. Chi sceglie di raccontarla sceglie di non essere indifferente. Questo è il coraggio che ci insegni con il tuo lavoro quotidiano.»
Il cuore della serata è stato il dialogo che Sigfrido Ranucci ha intavolato con il direttore di TeleMia Giuseppe Mazzaferro e il corrispondente de Il Fatto Quotidiano Lucio Musolino, un viaggio profondo sviluppatosi tra esperienze personali e riflessioni sul senso del giornalismo d’inchiesta.
«Il giornalismo d’inchiesta non è un mestiere, è una missione – ha dichiarato Ranucci. – Non si tratta solo di raccontare fatti, ma di scegliere cosa raccontare, come farlo e con quale coraggio affrontarne le conseguenze.»
Il conduttore di Report ha condiviso episodi toccanti della sua carriera, come l’inchiesta sul crac Parmalat e il ritrovamento dei quadri nascosti di Tanzi: «Dietro quei pochi minuti di servizio televisivo ci sono anni di sacrifici, notti insonni, minacce di querele e aule di tribunale. Ma quando scegli di stare dalla parte della verità, non puoi permetterti di avere paura.»Uno dei momenti più intensi è stato il racconto di un episodio personale legato al padre: «Mio padre mi ha insegnato l’amore per la legalità e il bene comune. Non ha mai visto una puntata di Report condotta da me perché è scomparso poco prima. Ma il suo esempio è stato la bussola morale che mi guida ogni giorno.»
Ranucci si è dunque soffermato anche sul ruolo determinante del giornalismo locale, sostenendo che «i giornalisti che lavorano nei territori sono i veri eroi dell’informazione. Loro non possono tornare a casa dopo un’inchiesta: casa loro è proprio lì, nei luoghi dove le storie nascono e spesso fanno paura.» Ha sottolineato come «la stampa locale sia il primo baluardo contro le ingiustizie invisibili, quelle che rischiano di soffocare intere comunità nell’indifferenza generale
Stimolato dalle affermazioni di Musolino, secondo il quale «fare giornalismo qui significa spesso camminare su un filo sottile, tra minacce e intimidazioni. Ma è proprio per questo che il nostro mestiere diventa ancora più necessario», Ranucci ha denunciato con forza le minacce sempre più subdole alla libertà di informazione: «Non servono più le censure esplicite. Oggi la censura si maschera da burocrazia, da cavilli legali, da querele temerarie. È la censura dell’indifferenza e del silenzio.»«Ho accumulato oltre 220 querele con richieste di risarcimento per milioni di euro. Ma sapete qual è la condanna peggiore? Non è la causa in tribunale. È il tentativo di delegittimarti, di farti passare per un bugiardo, per un “cercatore di fango”» ha sottolineato, aggiungendo poi con orgoglio: «Nonostante tutto, non ho mai perso una causa. Perché la verità, quando è documentata e difesa con onestà, è inespugnabile.»
Il conduttore si è dunque rivolto direttamente ai giovani presenti: «Non lasciate che siano gli altri a raccontarvi la realtà. Cercatela voi stessi. Dubitate, fate domande, pretendete risposte. Il futuro del giornalismo non è nei grandi scoop, ma nella capacità di ciascuno di noi di non rassegnarsi all’ignoranza e alla manipolazione.»
E ha concluso con una riflessione che deve far riflettere tutti noi: «Difendere la libertà di stampa significa difendere la nostra democrazia. Senza un’informazione libera, diventiamo ciechi di fronte alle ingiustizie e sordi di fronte alle verità scomode.»
Il pubblico ha salutato Ranucci con un lungo applauso, non solo per il coraggio delle sue parole, ma per la capacità di trasmettere con determinazione il messaggio che la verità non sia un lusso per pochi, ma un diritto di tutti, unsegnale che le parole espresse nella piazza Vincenzo Bruzzese possano trovare terreno fertile nei cuori e nelle menti di chi crede ancora nella forza dell’informazione libera e indipendente.

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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