La tragedia di Gaza e quella “lotta al terrorismo” che vale 53 miliardi di dollari
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Nel giorno dello sciopero nazionale per Gaza mi sembra doveroso condannare senza mezzi termini lo spettacolo osceno di un mondo che osserva impassibile la strage che lo Stato di Israele sta compiendo in Palestina, immolando un popolo intero sull’altare di un profitto mascherato da difesa dei principi democratici.
Condannare senza mezzi termini l’ipocrisia e l’arroganza di chi gioca con le vite umane, arrivati a questo punto, non è una scelta morale, ma un dovere etico e civile. Eppure, mentre si continua a paventare la possibilità che il mondo possa “ricadere negli errori del secondo conflitto mondiale”, ci si rifiuta di vedere che quegli errori sono già in atto da anni, consumati giorno dopo giorno sotto i nostri occhi. A comprovare questa tesi sono sufficienti i toni sprezzanti del presidente della federazione amici di Israele Eyal Mizrahi a È sempre Cartabianca, o la certezza della giornalista Miri Michaeli di essere «dalla parte giusta della storia» per come ha affermato durante l’intervista al vecepremier Matteo Salvini, specchio di un’arroganza che calpesta la dignità di un popolo e riduce la tragedia palestinese a uno strumento di potere.
Ma davvero i governi ci considerano così idioti da berci la storia che quanto sta accadendo è necessario per garantire a Israele un futuro sereno? Quando parlano della necessità di “debellare la minaccia globale del terrorismo islamico” cercano soltanto di mascherare la verità dei miliardi che ruotano attorno alla ricostruzione di Gaza. Gli interessi di questo conflitto sono palesemente altri, documentati da una mole di fonti giornalistiche internazionali che fin dai primi mesi del 2024 hanno cercato di smascherare un teatrino politico che invece continua con invidiabile tenacia.
Il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha definito senza alcuna vergogna Gaza un “Eldorado immobiliare”, parlando apertamente di trattative con gli Stati Uniti per trasformare la ricostruzione in un investimento “che si ripaga da solo”. Il Times of Israel ha riportato le sue parole sulla “real estate bonanza” e sulla prospettiva di spartirsi l’enclave costiera una volta terminata la guerra, come se non si stesse parlando di terra intrisa di sangue ma di un Monopoli reale e crudele.
Parallelamente il Financial Times, ripreso da Euronews, ha rivelato progetti sviluppati da imprenditori israeliani con il supporto della Boston Consulting Group e con il coinvolgimento dell’ex premier britannico Tony Blair, per trasformare Gaza in un polo high-tech e turistico di lusso. Si parla di resort come la famigerata “Trump Riviera”, di zone di produzione avanzata dedicate a Elon Musk, di infrastrutture intitolate a prìncipi sauditi ed emiratini, come se la terra strappata ai palestinesi fosse già stata venduta all’asta. E non basta. Il documento Great Trust, rivelato da Atlantis Magazine, descrive un piano di 100 miliardi di dollari di investimenti con ritorni quadruplicati, sei-otto smart cities, un porto, un aeroporto, isole artificiali e canali d’acqua. Gaza verrebbe affidata a una gestione fiduciaria statunitense per almeno dieci anni, trasformata in un parco giochi per miliardari e un hub industriale, mentre le famiglie palestinesi verrebbero ridotte a pedine sacrificabili di un disegno urbanistico globale.
La crudeltà di questi progetti raggiunge il culmine con la questione demografica. Si è arrivati a pianificare la cacciata di 500.000 palestinesi, quasi un quarto della popolazione di Gaza, offrendo pacchetti di 9.000 dollari per la migrazione volontaria e fino a 23.000 dollari per espulsioni forzate, considerate “più economiche” rispetto al mantenerli in loco durante la ricostruzione. Questi piani, perfino se ufficialmente rinnegati da BCG, restano testimonianza di una mentalità aberrante: bisogna liberare la terra dai suoi abitanti per trasformarla in un affare multimiliardario.
A tutto ciò si aggiungono le stime dell’ONU, che calcolano 53,2 miliardi di dollari necessari per ricostruire Gaza e Cisgiordania, con 20 miliardi solo nei primi tre anni. Queste cifre parlano da sole: il dopoguerra di Gaza sarà la più grande occasione di speculazione globale dell’ultimo secolo, con Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita ed Emirati Arabi pronti a contendersi la torta, ognuno con il proprio pezzo di gloria e profitto.
E allora la verità è lampante: mentre ci viene raccontata la favola della “lotta al terrorismo”, il vero motore di questo conflitto è la speculazione economica, la sete di profitto, il cinismo politico. Ogni bomba che cade non è solo un atto di guerra, ma un mattone in più nel grande progetto di un nuovo mercato del dolore.
Ecco perché, in un’epoca in cui si pretende di travestire i conflitti da missioni di pace e di riempire le bocche di frasi eclatanti come “la mafia è una montagna di merda”, forse è tempo di cominciare a definire allo stesso modo quella politica che diventa complice di crimini e di speculazioni sulla pelle della gente. Perché solo chiamando le cose con il loro nome si può sperare di spezzare questa catena di ipocrisie e vergogne e di evitare che, tra 80 anni, gli eredi di un popolo martirizzato si sentano in diritto di adottare le stesse tecniche dei loro carnefici per reclamare ciò che ritengono sia proprio di diritto.




