Costume e SocietàLetteratura

L’agonia di Euridice

La legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino

«Si tratta di una maschietto e avrà non più di sette primavere – proseguì Zaleuco cercando di fornire ad Agesilao tutti i dettagli utili a trovare velocemente il bambino. -Tu batti i luoghi vicini. Trova chi conosceva le donne. Appura se hanno parenti. Guarda nei fossi per trovare qualche corpo. Ma presto, non ritardare.»
«Stai tranquillo, pastore, sarà fatto» rassicurò Agesilao, che aveva capito la paura del magistrato. Bisognava arrivare alla donna e al bambino prima dell’assassino di Nefele.
I tre salirono sul carro e guadagnarono le rispettive abitazioni. Zaleuco aveva perso l’appetito. Sentiva il desiderio di ghiande arrostite, ma non era il tempo, quello. Ma Imena aveva preparato delle verdure lessate e condite con olio crudo. Poi aveva apparecchiato sul tavolo del formaggio e delle olive tuffatrici, come avrebbe detto Caronda. Finito il pranzo si stese sul lettino e si addormentò.
Era sera inoltrata e nella Polis i rumori della gioia della vittoria si erano sopiti da qualche giorno, quando Strabone si reco alla casa di Euridice. Aveva con sé i ferri del mestiere e aveva portato anche dell’olio di semi di papavero giallognolo. Intuiva il medico che l’operazione sarebbe stata lunga e difficile e non avrebbe retto il dolore neppure una donna così forte e così fragile come Euridice. L’estratto, fatto secondo l’uso egiziano, non solo leniva le angosce, ma nella dose giusta non faceva sentire dolore, fino anche a portare al sonno. Strabone non voleva che la donna dormisse, ma occorreva che il dolore fosse tollerabile. Appena arrivò alla casa di Euridice fu portato nel gineceo. Vi erano solo due donne, le altre erano state allontanate con una scusa. Euridice era in tunica bianca, pallida e tremante. Strabone usò un tavolo e mise i ferri a uno a uno su un lenzuolo bianco di lino, lo specchio vaginale e un raschietto a forma ricurva con l’estrenità più piatta e liscia.Poi vi posò la piccola pside in alabastro con coperchio e dentro l’olio giallo del dolore.
Si avvicino a Euridice e le disse:
«Tu sicuramente sai cosa devo fare, ma non come devo procedere. Nella pside ho portato dell’olio di oppio. Non ha odore e non ha sapore. Ne devo mescolare una piccola quantità con molta acqua o, se vuoi, anche con vino. Ti farò bere una rhità piena che ti addolcirà l’angoscia e non ti farà sentire il dolore, ma non dormirai perché occorre che tu sia vigile. Io dovrò fare entrare il ferro nella tua natura di donna e tenerla aperta e poi operare piano piano lo svuotamento. Devi essere vigile, ma non ti devi agitare, poiché lo svuotamento è pericoloso e il feto molto grande. Il tuo corpo con gli spasmi potrà aiutare a provocare il rigetto del frutto non voluto. Non ti devi muovere – ribadì ancora il medico – mentre io utilizzo il ferro, poiché potrei procurare una lesione alle vene e la linfa vitale abbandonarti a poco a poco.»
«Non ti preoccupare, rispose la donna, io sono pronta a tutto. Il dolore mi spaventa, ma ancor più la vergogna. Fai quello che devi fare, della mia vita nessuno, neppure il Re dell’Ade potrà farti addebito e il tuo cuore sarà, come tu vuoi, leggero. Ma quello che tu chiami oppio voglio berlo con l’acqua. Non voglio violare le leggi bevendo vino anche se unito al liquido.»
«Bene – fece Strabone, – coricati su quel letto; datemi una ampolla piena di acqua fresca.»
Le serve ubbidirono. Versò il medico il giallognolo frutto di Morfeo e lo diede alla donna. Prima di bere, Euridice si rivolse alle donne dicendo:
«Qualunque cosa avverrà, voi non avete mai visto Strabone e procederete secondo il rito di Orfeo.»
Strabone ebbe un brivido e le donne frenarono il pianto.Ecco la concretezza e il valore della donna che Ilone non colse e Tirso aveva offeso, che nel momento difficile si preoccupava che nessuno per causa sua avesse nocumento. Poi Euridice bevve la pozione. Strabone girò il suo corpo verso di sé e chiese alla serve di mettere vicino a lui dell’acqua calda, poi le invitò a tenere le gambe della donna divaricate. Usò lo speculo, il medico, e il raschietto per espellere il feto dalla cavità uterina, ma l’operazione sembrava difficile. Il feto era stranamente resistente e la donna si mosse e una gamba colpì la mano. Usci sangue che Strabone cercò di tamponare. Alla fine vi riuscì con grande difficoltà. Dopo qualche tempo l’operazione sembrava finita. Fu pulito e ricomposto il corpo di Euridice che era quasi insensibile sia per l’olio di oppio che per la perdita di sangue.
«Lasciatela riposare – disse il medico. – ora io devo andare.»
Riposò Euridice due giorni. All’alba del secondo giorno esalò l’ultimo respiro e lentamente guadagnò le vie dell’Ade. Mai donna fu più invidiata per la sua bellezza e la sua ricchezza; mai donna delle due cose ebbe meno profitto.
Strabone ebbe subito la notizia dell’evento perché sia la mattina sia la sera tardi andava a trovare Euridice. All’alba del secondo giorno dopo l’intervento non ebbe il saluto diafano della donna. Provò disperazione e scappò dalla casa, travolgendo tutti e tutto. Si sentiva in colpa per la morte di Euridice e all’improvviso pensò che era già tempo di lasciare Locri.

Redazione

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