
Di Francesca Straticò – Direttivo Nazionale Mezzogiorno Federato
Nel teatro della politica del centrosinistra calabrese, dove le quinte sono fatte di ambizioni e i riflettori di utilitaristiche narrazioni, si consuma l’ennesimo atto di una commedia già vista. Gli stessi volti che ieri hanno contribuito con zelo alla disgregazione, oggi si presentano come alfieri di una nuova dialettica democratica, paladini dell’avvicendamento generazionale, promotori di un cambiamento che non hanno mai voluto, né saputo incarnare. Non è un paradosso. È una strategia. Chi ha costruito la propria carriera sulla centralizzazione del potere, sull’egocentrismo malamente travestito da presunta leadership, sull’imposizione di fedelissimi e sull’isolamento sistematico dei talenti, oggi si reinventa “innovatore”. Ma il trucco è vecchio quanto il potere stesso. «Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente», ammoniva Lord Acton. E qui – attenzione – non siamo di fronte a un’epifania morale, ma a un maquillage retorico. La verità è che non c’è alcuna volontà di rinnovamento. C’è solo la necessità di sopravvivere. E per farlo, si cambia pelle, si adotta un lessico più fresco, si sbandiera la parola “generazione” come fosse una bandiera di progresso. Ma sotto il tessuto verbale, il corpo politico è lo stesso: stanco, autoreferenziale, improduttivo, distruttivo e incapace di visione.
I sedicenti leader emergenti, stranamente “compari” e amici di quelli decadenti, si affacciano alla ribalta con curriculum evanescenti – spesso sconfessati dai loro stessi concittadini – e con una retorica che sa di manuale. Si propongono alla guida di un carro che non è più solo fermo: è totalmente smontato e privo dei pezzi necessari a farlo muovere. Eppure, si continua a fingere che basti cambiare i nomi dei notabili per cambiare la musica. Ma come scriveva Elias Canetti, “nulla teme di più il potere che il vero cambiamento”. Cambieranno, dunque, i suonatori, sì. Ma lo spartito è lo stesso: quello della conservazione mascherata da rivoluzione. E mentre si celebrano le nuove alleanze, si scelgono a tavolino nuovi coordinatori compiacenti e modi per resuscitare i “cadaveri”, si perpetua la vecchia logica della spartizione, affinché nessuno (e dico nessuno) degli illegittimi usufruttuari delle nostre risorse, resti scontento. Non illudetevi, non c’è progetto, c’è solo geometria di potere. Chi ha ostacolato il merito, spento le voci libere, ridotto il dibattito a monologo, oggi si propone come mentore. Ma il mentore, per definizione, è colui che ha già rinunciato al protagonismo. Qui, invece, si assiste a un tentativo disperato di restare al centro, anche a costo di travestirsi da periferia.
La coerenza, quella vera, non si misura con le promesse vuote. Si misura nei passi indietro. E se questi personaggi vogliono davvero rendersi utili, il gesto più nobile sarebbe quello di dedicarsi ad altro. Magari alla lettura, magari al silenzio. Perché come scriveva Marguerite Yourcenar, “il vero luogo natale è quello dove per la prima volta si è guardato con uno sguardo consapevole sé stessi”.
E allora, che si guardino. Non per specchiarsi, ma per riconoscersi. E magari, per capire che il tempo degli specchietti per le allodole è finito. Le allodole, ora, sono molto meno allodole e, soprattutto, volano altrove. Se la politica è l’arte del possibile, questa è l’arte dell’impossibile travestito da plausibile. Ma il pubblico è stanco. Talmente stanco che per vedere il teatro vuoto, non serve più neanche attendere che il sipario si chiuda.



