La scuola è la vita stessa

Di Luisa Totino
Di questi tempi se ne dicono tante sul ruolo del docente, più che altro vengono sottolineati i “non deve fare”: non deve usare un linguaggio troppo duro con gli studenti, non deve essere troppo schietto con i genitori, non deve dare troppi compiti, non deve usare il voto come strumento di giudizio cinico e perentorio, ecc; la lista è lunga e farraginosa. Ma, anche, per quel che riguarda ciò che può fare, la questione non è chiara, si tratta di essere più aperti a livello emozionale con gli studenti, ma questo rientra sempre in un elenco di voci, molto carine e accattivanti che, pur sempre, limitano, in maniera elegante, un ruolo di ampio respiro formativo e culturale, con così tante sfumature che non ci starebbero neanche nel più completo trattato di pedagogia. Riporto questa riflessione da docente che vive la scuola, ormai, da diversi decenni, e che continua a formarsi, a recepire input sempre più variabili dagli studenti. In aula non abbiamo solo discenti pronti a seguire le parole del docente, per raggiungere gli esiti migliori nelle diverse prove, ma persone in crescita, risultato di un vissuto precedente e di un vissuto che ancora deve essere, le cui chiavi d’accesso le devono trovare nel presente, con l’aiuto di figure di efficiente esperienza formativa, cioè che abbiano sviluppato nel loro vissuto quei linguaggi emozionali che permettono consapevolmente di trasmettere frasi sagge al momento giusto, captare momenti di disagio, stimolare e spronare, soprattutto in situazioni negative. In altre parole bisogna non far perdere loro la speranza, il desiderio, la passione, in un mondo che incita all’appiattimento emozionale, perché chi decide le loro scelte è un apparecchio materiale, sia esso un cellulare, un tablet o un computer, portatile o fisso. È vero, si può ribadire che anche i docenti, oggi, sono risucchiati dal digitale: registro elettronico, piattaforma scolastica, ecc. Non si ha, in pratica, il tempo di fare spazio alla giusta dose di riposo che consente di ricaricare le nostre pile emotive, per poterle trasmettere, al meglio, agli studenti, a differenza di quelle culturali, che, invece, hanno l’obbligo di essere sempre efficienti. Diceva una certa Maria Montessori: «L’educatore deve avere il cuore da poeta e la mente dello scienziato», sicuramente una frase detta in un determinato periodo storico in cui la burocrazia scolastica era ridotta all’osso, i genitori non s’intromettevano nelle dinamiche scolastiche e non esisteva il digitale. Resta vero, però, il fatto che il cinismo scolastico non giova nel rapporto docente – allievo, portando ad elevare, in maniera esponenziale, l’uso di “giudizi gratuiti” verso gli studenti, che, per tanti di loro, giungono come lame affilatissime che trapassano il loro animo, in cui sono custoditi, come tesori preziosi, i loro sogni e le loro aspettative, nonché la stima di se stessi e dei loro talenti che, così, lentamente, si oscurano, fino a portare il ragazzo a vedere tali conquiste come traguardi irraggiungibili e a sviluppare il senso di colpa di essere “bravo”, o peggio “troppo bravo”, alimentando la disistima e perfino arrivando all’annullamento di se stessi. In questa oscurità, che ingloba il ragazzo, noi docenti dobbiamo provocare uno squarcio, come un flebile raggio di sole, che si fa strada dietro le nubi, fino a diradarle e arrivare a splendere nella sua vita, a illuminare e a riscaldare i suoi passi. Qualcuno potrebbe chiedere: «Perché dobbiamo farlo noi docenti?», «Perché tocca a noi e non a degli specialisti?». Perché dopo la famiglia e gli amici (se ne hanno), siamo le persone con cui convivono gran parte del tempo della loro vita. Perché ognuno di loro ha un centro. Un luogo segreto, dove le cose scorrono senza sforzo, dove le idee hanno voce e il cuore, semplicemente, riconosce. E se noi docenti non ascoltiamo questo, lo lasciamo marcire dietro le scuse, le paure, le opinioni degli altri, i ragazzi si sentiranno traditi. Non subito, in modo evidente, ma lentamente, come una piccola crepa che cresce, come un respiro che diventa corto, come una vita che non senti più tua. E diventa una tristezza silenziosa che non urla, ma pesa. Allora, ogni piccolo traguardo che si raggiunge, come un bellissimo schema di un’allieva, mentre il docente spiega, può diventare quel raggio che si fa spazio nei mondi oscuri e sconosciuti, ma pieni di potenzialità, dei nostri adolescenti, di coloro che un giorno diventeranno le guide del nostro Paese, e ricopriranno ruoli professionali di spicco, diverranno ricercatori eccellenti, ma anche scrittori, cantanti, musicisti, artisti di respiro internazionale. Vogliamo veramente evitare tutto questo in nome della burocrazia?Lo Stato può darci un tempo di carriera, sta a noi docenti scegliere come vogliamo viverlo, perché la scuola è la vita stessa e spetta a noi mantenere vivo, nei giovani, il piacere di essere sempre curiosi e originali.
Il privilegio di una vita è diventare davvero chi sei
Carl Jung



