
Di Giuseppe Pellegrino
«Minerva nel dettarci le leggi, ci ha fatto capire che non vi è pena peggiore della vergogna per chi si comporta da femminuccia e a questa pena io vi condanno – proseguì Zaleuco rivolgendosi direttamente ai due giovani disertori. – Tu, Isagora, non sei stato solo un disertore, hai anche abbandonato lo scudo per il quale un soldato deve morire pur di non perderlo. Tu, per quattro mesi di seguito, ti presenterai un giorno al mercato e un giorno al porto di Epizefiri, dove i valenti marinai potranno vederti, con vesti di donna orlate di porpora. Dovrai avere degli orecchini alle orecchie e usare profumi e la faccia piena di belletti e gli occhi bistrati come le baldracche» sentenziò il magistrato.
Poi, rivolto a Isagora, proseguì: «Per te che non hai perduto lo scudo, dispongo che devi scontare la stessa pena per tre mesi. Anche tu avrai vesti orlate di porpora e orecchini alle orecchie, ma non dovrai usare belletti e bistrare gli occhi. La pena avrà inizio all’alba di domani e dovrete percorrere tutto il mercato per la sua durata e oltre fino alla sera. Il giorno dopo al porto. E così fino alla fine della pena. Andrete a casa, se volete. Agesilao curerà con si suoi opliti che la pena sia eseguita.»
I due disertori avevano il volto coperto da un rossore acceso. Sapevano della pena, ma Zaleuco l’aveva accentuata trattandoli come donne di malaffare. Tornare a casa era ancora più difficile. Se affrontare lo sguardo dei padri era complicato, alla fine avrebbe prevalso l’utilità di avere della braccia buone per la campagna. Più difficile affrontare le madri. Nel bene e nel male, a Locri, erano le donne a decidere delle sorti di un uomo. I due non si guardarono, ma entrambi nella testa fecero il pensiero di recarsi direttamente nei casali di campagna, piuttosto che affrontare lo sguardo di una donna infuriata.
Il popolo accolse la sentenza con un tripudio. Grida, fischi e braccia alzate dimostravano la soddisfazione per la decisione. Zaleuco, al solito, si era mostrato inflessibile. Neppure la giovinezza debole dei due disertori aveva provocato clemenza nella condanna.
Mentre i due venivano slegati, la gente con scherno si avvicinava ai due.
Fidone, piccola peste figlio di Idomenea e di Filocrate, apostrofò Policrate dicendo: «Vedi che oggi lo scudo ti sarebbe servito a ripararti il culo, vecchia bagascia!»
Egilia, donna famosa per i mille piaceri che sapeva procurare agli uomini, figlia di Nemea, da giovane la più rinomata baldracca, e di padre ignoto, seppure stanca e con i belletti e guance cadenti, si rivolse ai due chiamandoli tesorini: «Tesorini, con un piccolo compenso saprò insegnarvi ad abbellire il volto, ad ancheggiare, ad assumere le posizioni più provocanti. D’altronde avete tutte e due un bel culetto!»
E questo non era che l’inizio.Tutte e due sapevano che non solo per i mesi di condanna, ma per tutta la loro vita sarebbero stati i tesorini di chiunque li voleva sbeffeggiare, la sputacchiera di chiunque provava ribrezzo per i vili, l’onta incancellabile dello loro famiglie. Nessuno dei due sapeva che a Paro, poco tempo dopo, un uomo gettava lo scudo per salvare la pelle e lo metteva in poesia. Al diavolo lo scudo se mi ha salvato la pelle, diceva. Ma a Locri si sbeffeggiavano i vili e non si piangevano i morti. Era un altro mondo. Non si ammazzavano i disertori, perché l’uomo scappato era buono, se non per un’altra guerra, per lavorare i campi.
Tissaferne gioì pure lui per l’esemplare sentenza. Si avvicinò a Zaleuco per complimentarsi e cercare di guadagnare casa. Mentre si avvicinava, Zaleuco fece cenno ad Agesilao di avvicinarsi. L’oplita subito di corsa arrivò alla scranno del magistrato il quale, rivolto verso lo stratega, gli intimò di seguire Agesilao. Il soldato non capiva. Stordito, cercava di incrociare lo sguardo di Tirso, ma invano. Il giovane se ne era andato, con la sua solita arroganza, senza salutare nessuno, ma soprattutto perché l’intima fitta che aveva provato al momento in cui a Tissaferne si rimproverava di essere entrato nei luoghi di giustizia armato non gli faceva presagire nulla di buono. Impaurito come un bambino, il gigante si sentì nudo e indifeso. Seguì Aegesilao come agnello sacrificale. Ad Agesilao si aggiunsero subito altri quattro opliti allertati per l’occorrenza. Erano inebetiti dalla situazione, poiché non capivano perché si trattasse in modo non consono l’eroe di Medma. Ma erano ligi alle leggi, gli opliti. L’ordine veniva da Zaleuco in persona e il braccio era Agesilao. Tissaferne seguì Agesilao e i suoi opliti come intontito. La sua stazza faceva contrasto con l’aria di vitello che andava al sacrificio. Per un istante, solo per un istante, pensò di reagire. Non aveva la spada o altre armi, era vero. Ma la sua possanza poteva permettergli di sopraffare il primo e anche il secondo oplita a lui vicino e impadronirsi delle armi. Ma poi il suo sarebbe stato un gesto di ribellione grave a Locri. Ora vi era solo da discutere la sua entrata in luogo di giustizia con le armi. Ma era un guerriero, diamine. Era l’eroe che, assieme a Tirso, aveva umiliato Medma.




