Africo e Casalnuovo: l’unificazione forzata di due mondi diversi
Africo e Casalnuovo, un sogno ancora incompiuto

Di Bruno Palamara
Erano, per Africo, i tempi della ricostruzione fisica e morale gli anni ’50-’60 del secolo scorso. Parafrasando Massimo d’Azeglio, che nel 1861 lo disse, riferendosi all’Italia appena unificata, nel nostro caso “fatto Africo”, appena ricostruito dopo la disastrosa alluvione del ’51, bisognava “fare gli africesi”!
Per capire il senso di quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare solo una nostra banale e insignificanteaffermazione di rito, diciamo subito che, comunemente, si pensa che nell’Africo sia inglobato e racchiuso anche Casalnuovo, facendo esaurire nella storia del capoluogo anche quella della sua frazione. Non è così! Quella di Africo è, in verità, storia parallela di due ben distinti paesi aspromontani, Africo Vecchio e Casalnuovo d’Africo, i quali hanno avuto ognuno una propria origine, hanno sviluppato ognuno una propria storia, hanno vissuto ognuno un proprio mondo.
Il problema, o equivoco che dir si voglia, sorge, in realtà, poco più di due secoli fa, precisamente nel 1815, anno in cui Casalnuovo, che apparteneva alla terra di Bruzzano, per effetto della Riforma napoleonica del 1806 (Eversione della Feudalità), è stato perentoriamente aggregato, oggi diremmo meglio, forzatamente annesso, al Comune di Africo,mdal quale, in verità, ha per lunghi anni cercato, inutilmente, di affrancarsi.
È, quindi, Casalnuovo, rimasto per sempre frazione del Comune capoluogo, facendosene, inconsciamente, un cruccio, di cui ancora oggi rimane evidente traccia. In realtà, in quel 1815, con quella decisione calata dall’alto, venivano, controvoglia, accomunati due mondi lontani e separati, due popoli storicamente agli antipodi per modo di pensare, di vivere, di badare alla vita, due paesi sempre in cagnesco tra di loro, moderni guelfi e ghibellini di fiorentina memoria, dimostrato anche dai reciproci epiteti con cui, sarcasticamente, si definivano tra loro, tignanisi,(“malati di tigna”,“ostinati”, “testa dura”) gli abitanti di Casalnuovo, “fricazzani” (termine dispregiativo di “Africoti”) gli abitanti di Africo Vecchio.
Erano divisi nella linguaggio: diverso il loro modo di parlare, la cadenza e l’intonazione vocale che hanno, nel tempo, generato quella che gli esperti chiamano “sinecia linguistica”,ovveroqueldualismo lessicale di cui alla differenza tra “kiddu” e “kil’l’u”.
Erano differenti per origine: la stessa casistica cognominale, soprattutto nei cognomi storici più rappresentativi della popolazione, mette in evidenza e testimonia la loro diversa ascendenza: greca per Africo (Criaco = Kyriacòs, “devoto al Signore”, Romeo = Rhomaios, “pellegrino”, “cittadino di Roma”), araba per Casalnuovo (Morabito = Muràbit, “uomo pio”, Modaffari = Muzaffar, “il vittorioso”, Talia = Talyi, “sentinella”).
Erano separati in campo ecclesiale: pur operando in un unico comune, costituivano, fatto unico in Italia, due parrocchie diverse, appartenendo l’una, la parrocchia San Salvatore di Casalnuovo, alla Diocesi di Gerace, l’altra, la parrocchia San Nicola Pontefice di Africo, a quella di Bova.
Erano diversi, e contrapposti, i loro stessi Patroni: San Leo (“’u fricazzanu”) ad Africo, San Salvatore a Casalnuovo, per cui ciascuna Comunità celebrava, come ancora oggi celebra, al meglio, il suo Santo protettore.
Unico e solo gesto amichevole che la Storia menziona del loro non idilliaco rapporto, peraltro accaduto in epoca in cui i due paesi erano ancora autonomi, è stato l’aiuto che, spontaneamente, Casalnuovo portò agli africoti quando un esercito di volteggiatori francesi, nel febbraio del 1807, assalì e saccheggiò Africo. I tignanisi, senza batter ciglio, intervennero in massa in favore dei loro vicini, contribuendo alla sonora cacciata degli invasori francesi.
La disastrosa alluvione del ’51 aveva distrutto i due paesi, li aveva fisicamente prostrati e moralmente annientati, costringendoli a un biblico esodo durato più di un decennio fino all’unificazione nel paese nuovo, il paese moderno, Africo Nuovo, il paese pensato e costruito ai sensi della Legge 10 gennaio 1952 nº 9 per essere unico contenitore delle due popolazioni.
In verità, l’unificazione non era né cercata né desiderata. Soprattutto, gli africoti hanno fin dall’inizio osteggiato con tutte le loro forze l’idea di una comune e duratura convivenza nello stesso paese, non volendosi, assolutamente, “mescolare” con il popolo casalinovito.
Emblematica, a tal proposito, è la lettera-appello che una Commissione, formata da un consistente numero di capi-famiglia africoti, presenta al Commissario prefettizio del Comune di Africo il 3 marzo 1955, epoca in cui Africo Nuovo vive già i suoi primi due anni di vita e Casalnuovo si trova ancora nel Centro profughi di Bova Marina, in attesa di una non ancora precisata sistemazione futura.
In questa lettera la Commissione, in merito alla paventata ricostruzione di Casalnuovo in quel di Africo Nuovo, chiede con forza, a nome di tutti gli africoti, che“trattandosi di popolazione di differente carattere e idee con la quale non è mai andata d’accordo, i suoli da assegnare alla popolazione di Casalnuovo siano lontani da quelli di Africo non meno di un chilometro e ciò sempre che non sia possibile evitare che i Casalnovesi non vengano affatto alla zona di Bianco”.




