Integrazione e rinascita ad Africo Nuovo
Africo e Casalnuovo, un sogno ancora incompiuto

DiBruno Palamara
Le autorità competenti non ascoltano l’altisonante“grido di dolore”degli“africoti”: Casalnuovo viene costruito nello stesso sito di Africo e nei primianni ‘60tutta la popolazione di Casalnuovo, dopo una decennale, e sofferta, permanenza a Bova Marina, viene, definitivamente, dislocata nel nuovo centro di Africo Nuovo.
La ripartizione strutturale del paese (che errore macroscopico!), verso la marina gli“africoti”, verso la montagna i “tignanisi”, divisi e separati dalle mitiche“baracche svedesi”, oggiVilla comunale, fungenti quasi da virtuale barriera impenetrabile, come vero e proprio“muro di Berlino”tra loro, purtroppo, non faciliterà per nulla l’integrazione e l’amalgama fra le due Comunità, perché non farà altro che spingere ognuna a continuare a vivere ancora secondo le proprieparticolariconsuetudini senza alcuna interconnessione tra le parti, da“separati in casa”.
Nessuno ha l’umiltà di avvicinarsi all’altro né di rinunciare a qualcuno dei propri“miti”per accettare quello dell’altro, ognuno si è arroccato in se stesso, continuando a vivere come se l’altro non esistesse, l’uno ha sempre visto nell’altro un“rivale”, un antagonista, quasi un“nemico”.
Per avvalorare questo concetto, noi portiamo la nostra personale testimonianza, noi che abbiamo la presunzione di pensare di aver saputo superare, brillantemente, lo steccato che ha sempre diviso le due popolazioni. La nostra famiglia, che apparteneva alla Comunità di Casalnuovo, di stanza momentaneamente al “Centro-profughi”di Bova Marina, il cosiddetto“Seminario”, è stata una delle prime, nel dicembre 1955, a essere trasferita ad Africo Nuovo, dove già a partire dal 29 giugno 1953 era convenuta la quasi totalità della popolazione“africota”, dislocata negli“alloggi Marino”e nelle“baracche svedesi”, così chiamate perché donate dal governo scandinavo alla“Africo alluvionata”.
A noi è stata data una palazzina dietro la Chiesa mescolata in mezzo agli“africoti”. Si era nel 1955 e cominciavo a frequentare la Scuola Elementare (a proposito, che peccato averla negli anni ‘90 demolita, cancellando un importante pezzo di storia africese!). Ricordo la rivalità tra noi bambini di allora, i compagni“fricazzani”delle“Elementari”Salvatore, Pietro, Leo e Paolo Criaco, Peppe Favasuli, Ciccio, Bruno e Lelè Stilo, Bruno Versaci, il caro maestro Salvatore Stilo.
La vita in comune, il mio“vivere”in mezzo a loro, il“guerreggiare”con loro mi hanno aiutato a comprenderli e a essere compreso, sicuramente ad“avvicinarmi”a loro. Sono così cresciuto con la consapevolezza di appartenere ad“Africo Nuovo”, un paese“nuovo”, proiettato verso un futuro sicuramente più roseo, affrancandomi da tutte le incrostazioni campanilistiche che, da“tignanisi”, mi portavo addosso, e facendomi divenire“africese”nel senso più intrinseco e sostanziale del termine.
“Africo Nuovo”nel 1962accoglie al suo interno le due popolazioni, le quali, inconsciamente, si portano appresso tutte le divisioni culturali e ambientali di una volta che, ovviamente, ostacolano fin dall’inizio ogni tentativo di integrazione, a dispetto di iniziative personali o contingenti (circoli culturali misti,proteste escioperi sindacali comuni).Ognuno tende a mantenere la propria identità storico-culturale, come dimostra l’ostinato ostracismo, perdurato sino alla fine deglianni ‘60, ai matrimoni misti tra“africoti”e“tignanisi”,come se si volesse evitare ogni possibile contaminazione fra le parti.
Manca, in questo periodo, l’intervento diretto delle varie amministrazioni comunali che, nel tempo, si sono succedute e alternate, le quali, forse perché“prese”dai tanti problemi che attanagliano la popolazione tutta, non hanno mai avviato una vera e mirata politica di integrazione civica tale da uniformare le due cittadinanze e renderle una sola, unitaria Comunità.
In questo contesto, è lo sport, totalmente sconosciuto ai nostri padri, che si rivela un importante e iniziale anello di coesione, primariamente fra i giovani. Soprattutto, il calcio ha il merito di avvicinare le due sponde giovanili, facendole crescere insieme e cementando il loro bisogno di comunanza. Prima la strada e la piazza, poi il campo sportivo, di proprietà dell’IstitutoSerena Juventus, diventano protagonisti della giornata dei ragazzi africesi che si dimenano tra tornei cittadini e campionati juniores, in nome di un comune senso di appartenenza alla stessa comunità. Chi tra gli sportivi non ricorda ancora con affetto laJosalita, laFolgore, l’Ausonia, laLeonidae poi ancora l’US Africo, laGiovaniledell’epoca, di cui ancora oggi rimane indelebile memoria?
Ma è sulla scuola che si pongono le maggiori aspettative per una radicale cambiamento socio-culturale che ponesse al primo posto l’uniformità paesana. I nostri padri, provenienti da un ambiente povero e non acculturato, prendono coscienza che solo la scuola può portare a una vera e concreta emancipazione economica, sociale e culturale della popolazione. Il diploma diventa così l’obiettivo principale dei giovani dell’epoca, segno e speranza di rinascita, locomotiva per il loro futuro, come poi, in effetti, avverrà.




