Costume e Società

L’emancipazione femminile e la rinascita di Africo Nuovo

Africo e Casalnuovo, un sogno ancora incompiuto

Di Bruno Palamara

Il diffondersi del desiderio di conseguire il diploma porta una sana ventata di novità per un paese: la donna che studia e si accultura. È lo snodo, il punto di svolta e di non ritorno, dal quale spicca il volo l’emancipazione della donna africese, il suo affrancamento da un passato che l’ha vista sempre soccombente, bandendo per sempre quell’atavica e millenaria norma di romana memoria del “domi mansit et lanam fecit!” (“rimase a casa e filò la lana!”), che voleva la donna dedita solo alla famiglia e ai lavori di casa.
Questa “rivoluzione copernicana”, che ribalta i dettami di una ancora presente mentalità patriarcale, vede, plasticamente, la sua concreta rappresentazione nel febbraio 1978, quando, per la prima volta, in Africo Nuovo, una donna, giovane, moderna e acculturata, viene, inaspettatamente, chiamata a dirigere il locale Ufficio di Collocamento, storicamente, e ambientalmente, patria e “simbolo” del potere maschile patriarcale, una vera e propria “bomba” per un paese come il nostro, tradizionalmente rivolto ancora al passato. La “Collocatrice”, come all’epoca veniva, da tutti, affabilmente chiamata, diviene emblema e apripista nel processo dell’emancipazione femminile africese, mirante al raggiungimento della parità di genere e della indipendenza economica, come, effettivamente, sarà raggiunta poi nel giro di qualche decennio.
In questo contesto mi è, personalmente, caro menzionare quello che ai posteri è pervenuto come il “treno delle sette”, la mitica littorina che, giornalmente, riversava nei grandi centri della Locride una grande massa di studenti africesi vogliosi di intraprendere quel percorso formativo-culturale che nello spazio di qualche decennio li avrebbe catapultati nell’aspirato e variegato mondo delle professioni, un mondo del tutto assente nei nostri due vecchi paesi, caratterizzati com’erano dalla totale mancanza di classi sociali.
Saranno gli anni ’70 a “regalare” ad Africo Nuovo i primi medici “fatti in casa”, i primi avvocati, i primi ingegneri e architetti, i primi professori di ruolo, andando a colmare, finalmente, quel gap socio-culturale che ha, negativamente, segnato la sua storia fino agli anni del secondo dopoguerra.
Gli anni seguenti, anni di “fine millennio”, saranno tempi difficili, anni di lotte e di protesta, anni di sfrenato sindacalismo e di vero e sentito idealismo politico che porteranno il paese a vivere una positiva e importante fase di cambiamenti strutturali dal punto di vista occupazionale e sociale (stazione, lavoro forestale montano, delimitazione territoriale…). Col tempo “gli africoti che odiano il mare”, “gli zingari dell’alluvione”, come, beffardamente, verranno definiti da Corrado Stajano in un suo libro-inchiesta del 1981, riusciranno a emergere dal triste grigiore in cui il paese ha vissuto per secoli in Aspromonte.
I giovani troveranno lavoro nel “Corpo Forestale dello Stato”, molti si inseriranno nella Pubblica Amministrazione, altri ancora andranno a operare massicciamente nella Scuola; nello spazio di qualche decennio il paese, dal punto di vista economico e sociale, effettuerà “passi da gigante”, straordinari e inimmaginabili solo qualche decennio prima.
Ma, ahimè, in fatto di coesione e integrazione nella sua globalità il passo sarà alquanto lento e non altrettanto fruttuoso e, questo, già alle soglie del Duemila, deluderà grandemente le aspettative di quanti, come noi, pensavano o, almeno, auspicavano che, col tempo, grazie anche alla massiccia alfabetizzazione che ha interessato la quasi totalità della popolazione e ai tanti matrimoni misti, le due antiche comunità si sarebbero pian piano fuse in una sola.
Oggi, a un quarto di secolo dall’inizio del terzo millennio, dobbiamo, purtroppo, registrare che quel processo, iniziato sei decenni fa, è ancora in itinere: serpeggiano e resistono ancora atteggiamenti ed eventi che richiamano alla memoria l’antica rivalità paesana. Ci vengono alla mente, tra gli altri, i festeggiamenti “da accesa tifoseria” per le due ricorrenze dedicate ai propri antichi rispettivi Patroni, San Leo (12 maggio) e San Salvatore (6 agosto) e, soprattutto, la nuova toponomastica, in gestazione da qualche decennio che, però, tarda a vedere la luce per un viscerale disaccordo su nome di alcuni personaggi del paese meritevoli di essere onorati con una Via o una Piazza a loro dedicata.
Ecco, la realizzazione di una moderna toponomastica che abbracciasse anche i nomi più “chiacchierati” del panorama storico-politico del paese, sarebbe, per noi, il modo migliore e più decoroso per sigillare quella “pace o concordia sociale”, alla quale, inconsciamente, ambivamo tutti negli anni della ricostruzione. Si chiuderebbe, finalmente, un’antica e astiosa polemica per un paese che sembra avere timore di celebrare e tramandare ai posteri i suoi figli più meritevoli.
Saranno, allora, le future generazioni, emancipate e “sfrondate” da ogni reminiscenza o traccia del passato, mandando, definitivamente, in soffitta l’“africoto” e il “tignanisi”, ad assaporare il dolce gusto della “africesità”: sarà nato, in quel tempo, l’“africese”, come auspicava quel nostro motto iniziale (“fare gli africesi!”), carico di promesse e di speranze, finalmente avveratesi!

Redazione

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