Attualità

La tragedia a Crans-Montana e l’umanità ritrovata dell’informazione

Pensieri, parole, opere… e opinioni

La notte del 1º gennaio, la celebrazione del Capodanno nella località sciistica di Crans-Montana, in Svizzera, si è trasformata in una delle peggiori tragedie civili recenti in Europa. Un incendio devastante è infatti divampato all’interno del bar Le Constellation, luogo molto frequentato dai festeggianti per accogliere l’anno nuovo.
Secondo le autorità elvetiche e le istituzioni locali, intorno alle 01:30 del mattino, un fuoco si è propagato improvvisamente all’interno del locale mentre circa duecento persone celebravano il Capodanno. Il bilancio ufficiale parla di 40 vittime e 119 feriti, molti dei quali in condizioni gravi a causa di ustioni e inalazione di fumo. Tutte le vittime erano giovanissime, con età comprese tra i 15 e i 26 e, purtroppo, tra queste se ne registrano sei di nazionalità italiana.
Le autorità svizzere hanno avviato un’indagine penale per determinare le cause precise della tragedia. Secondo i primi accertamenti la scintilla sarebbe partita da fuochi d’artificio tipo “sparkler” presenti nei flûte di champagne, che avrebbero acceso il materiale isolante del soffitto, provocando una rapida propagazione delle fiamme. Le restrizioni e le vie di fuga del locale sembrano non aver consentito un’evacuazione ordinata, contribuendo ad alimentare il panico e la conseguente tragedia. Le identificazioni delle vittime sono state particolarmente penose a causa della gravità delle ustioni, con le autorità che hanno confermato gli ultimi nomi delle persone coinvolte solo nella mattinata odierna.
La tragedia ha scosso profondamente l’opinione pubblica internazionale. In Svizzera è stato dichiarato un periodo di lutto nazionale, con le bandiere a mezz’asta, manifestazioni di cordoglio da parte delle comunità locali e dei famigliari delle vittime e la marcia silenziosa in segno di cordoglio per gli scomparsi svoltasi nella serata di domenica già è divenuta emblema della commozione collettiva.
In Italia e all’estero, la tragedia ha suscitato un’ondata di dolore e riflessione, ma anche di uscite infelici di chi, sui social network, non ha perso l’occasione di strumentalizzare l’evento per attacchi gratuiti o commenti che non hanno fatto che confermare una volta di più quanta ragione avessero Umberto Eco e Hannah Arendt nel parlare di “scemi del villaggio” in un contesto globale e di “banalità del male”. La fuga in avanti verso il giudizio facile, espresso senza alcun rispetto per le vittime o per le famiglie in lutto, ha rappresentato un elemento di profonda negatività in un momento già carico di sofferenza.
In questo contesto, è emerso tuttavia con forza un diverso tipo di reazione dal mondo dell’informazione responsabile, incarnata per l’occasione da Guy Chiappaventi, inviato del TG La7. Nel corso di una diretta dedicata alla tragedia, il giornalista ha interrotto la sua narrazione non per informazioni sensazionalistiche, ma per un gesto di sincera commozione. Visibilmente scosso, Chiappaventi ha chiesto scusa agli spettatori, ammettendo il dolore mentre pronunciava le parole «È una strage di ragazzi» con voce rotta dall’emozione. Non è stato un vuoto spettacolo televisivo, ma una reazione autentica davanti all’orrore di vite spezzate troppo presto.
Il volto umano di un professionista che non si nasconde dietro l’artificio della distanza emotiva è diventato così il simbolo di un giornalismo che non ha paura di mostrare la propria umanità e in un’epoca in cui ogni evento drammatico rischia di essere consumato come mero contenuto, in cui l’immediatezza spesso supera la verifica e l’algoritmo predilige l’indignazione alla sobrietà, la reazione di Chiappaventi ha rappresentato una pausa di autenticità e rispetto.
La sua commozione non è stata una debolezza, ma una testimonianza del valore umano che dovrebbe sempre accompagnare l’informazione, soprattutto quando la cronaca parla di giovani vite spezzate, famiglie distrutte e comunità in lutto. In un periodo storico in cui la rincorsa alla notizia senza filtri ha spesso messo da parte persino il codice deontologico (e basta dare una scorsa al nuovo codice pubblicato dall’Ordine dei Giornalisti lo scorso ottobre per rendersene conto), l’atteggiamento dell’inviato di La7 è apparso come la migliore dimostrazione di responsabilità professionale, come la volontà sincera di non raccontare soltanto i fatti, ma preservare la dignità delle persone coinvolte nel dramma.
Nel ricostruire rapidamente quanto accaduto diventa inevitabile riflettere su quanto sia fragile la linea tra celebrazione e tragedia, tra informazione e voyeurismo, tra notizia e rispetto.
E, grazie a Dio, in questo inizio d’anno segnato da un dolore immenso, è stata la reazione di un cronista commosso ha ricordarci che dietro ogni titolo ci sono persone, dietro ogni immagine tragica ci sono volti, dietro ogni storia drammatica che commentiamo con leggerezza ci sono famiglie che soffrono.

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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