8 gennaio 2023: la frattura nella democrazia brasiliana che (non) fu monito globale
Quel che Nessuno vi ha detto

Bentornati a Quel che Nessuno vi ha detto, rubrica con la quale analizziamo eventi storici avvenuti nella data di pubblicazione, valutandone le implicazioni e le conseguenze che ancora oggi influenzano la società contemporanea.
Nel calendario delle ricorrenze che interrogano il presente, l’8 gennaio 2023 segna una frattura simbolica profonda nella storia democratica del Brasile. In quel giorno, migliaia di manifestanti hanno preso d’assalto la Praça dos Três Poderes a Brasilia, violando il Congresso Nazionale, il Palazzo presidenziale e la Corte Suprema con l’obiettivo dichiarato di rovesciare Luiz Inácio Lula da Silva, presidente democraticamente eletto. Un atto che non può essere archiviato come semplice disordine pubblico, ma che va letto come il sintomo di una crisi più ampia, che travalica i confini nazionali e investe le democrazie contemporanee nel loro complesso.
L’assalto al cuore istituzionale del Brasile riportò alla mente immagini ancora vive, quelle di Capitol Hill del 6 gennaio 2021, quando una folla sobillata da teorie complottiste e narrazioni tossiche tentò di impedire la certificazione del voto presidenziale negli Stati Uniti. Due contesti diversi, un’unica matrice, fatta di delegittimazione del processo elettorale, di retorica incendiaria e di una progressiva erosione della fiducia nelle istituzioni. L’America Latina, storicamente segnata da fragilità democratiche e da cicliche derive autoritarie, si è improvvisamente scoperta non immune da dinamiche che fino a pochi anni fa sembravano appannaggio esclusivo di altri scenari geopolitici.
Il Brasile del post-Bolsonaro era già un Paese profondamente scisso, attraversato da fratture sociali, economiche e culturali che la campagna elettorale aveva ulteriormente acuito. La contestazione del risultato delle urne, alimentata da una sistematica opera di disinformazione, ha creato un terreno fertile per la radicalizzazione di settori della società convinti dell’illegittimità del nuovo corso politico. In questo senso, l’assalto al Congresso non è stato un evento improvviso, ma l’esito prevedibile di una lunga incubazione, in cui fake news, narrazioni apocalittiche e un uso spregiudicato dei social media hanno agito come moltiplicatori di rabbia e paura.
Le piattaforme digitali, ancora una volta, si sono rivelate strumenti ambivalenti, capaci di favorire partecipazione e informazione, ma anche di trasformarsi in camere dell’eco in cui l’estremismo si rafforza e si legittima. Algoritmi orientati all’engagement hanno premiato contenuti divisivi, mentre la velocità della comunicazione ha reso sempre più difficile distinguere il vero dal verosimile. La violenza di massa, in questo contesto, diventa il linguaggio estremo di chi non riconosce più alcuna mediazione istituzionale.
Le conseguenze di quell’8 gennaio sono state immediate e profonde. Il governo Lula ha reagito con fermezza, rafforzando la sicurezza delle istituzioni e avviando una vasta operazione giudiziaria contro i responsabili materiali e morali dell’assalto. La risposta dello Stato di diritto ha rappresentato un banco di prova decisivo, dimostrando che la democrazia brasiliana, pur ferita, dispone ancora degli anticorpi necessari per difendersi. Ma la repressione, da sola, non basta a sanare una frattura che è prima di tutto culturale e sociale.
Non è un caso che le stesse logiche di destabilizzazione si ritrovino in altri scenari internazionali, come dimostrano le recenti tensioni tra Stati Uniti e Venezuela. Anche lì, la combinazione di propaganda, ingerenze, narrazioni semplificate e demonizzazione dell’avversario politico pur colpevole di crimini dei quali dovrebbe rispondere dinanzi agli organi preposti è stata ampiamente utilizzata per orientare l’opinione pubblica e giustificare azioni aggressive sul piano diplomatico e mediatico. Il filo rosso è la riduzione della complessità, la trasformazione della politica in uno scontro manicheo tra bene e male, in cui il compromesso è vissuto come un tradimento.
A distanza di tempo, l’assalto al Congresso brasiliano continua a interrogare le democrazie moderne su un punto cruciale. Quanto sono solide le istituzioni senza una cittadinanza consapevole e informata? La risposta non può che chiamare in causa la necessità di investire nella cultura civica, nell’educazione critica ai media, nella trasparenza dei processi decisionali. Rafforzare la democrazia significa anche ricostruire un patto di fiducia tra governanti e governati, contrastando la tentazione di risposte autoritarie che, nel breve periodo, possono apparire rassicuranti ma che nel lungo termine minano le libertà fondamentali.
Ricordare l’8 gennaio 2023 non è quindi un esercizio di memoria fine a se stesso. È un monito, rivolto a società sempre più esposte alla manipolazione emotiva e alla semplificazione estrema del dibattito pubblico. Il Brasile ha mostrato al mondo quanto fragile possa essere la democrazia quando viene erosa dall’interno. Ma ha anche dimostrato che reagire è possibile, a patto di riconoscere che la difesa delle istituzioni passa, prima di tutto, dalla responsabilità collettiva di chi quelle istituzioni è chiamato a viverle e sostenerle ogni giorno.
Foto di TV BrasilGov, CC BY 3.0




