Gaza: una falsa pace tra silenzi e illusioni

Di Greta Panetta – Studentessa del Liceo Classico “Ivo Oliveti” di Locri
Negli ultimi mesi si parla sempre meno del conflitto di Gaza. I titoli dei giornali sono cambiati, l’attenzione dei media si è spostata altrove e, soprattutto nel periodo delle feste, il conflitto sembra essere sparito dal dibattito pubblico. Questa calma apparente è più una falsa pace, fatta di silenzi, fragili tregue e di una normalizzazione della sofferenza.
Il periodo delle feste ha contribuito molto a questo silenzio. Infatti, mentre in molte parti del mondo si celebravano il Natale e il Capodanno, Gaza continuava a vivere una realtà molto diversa, fatta di sofferenza, fame e tragedia. Purtroppo, però, la diminuzione delle notizie non equivale alla fine della crisi. Si parla infatti sempre e solo di tregue temporanee o di una riduzione delle operazioni militari ma una vera pace è composta anche e soprattutto da condizioni di vita dignitose, sicurezza, accesso ai servizi principali e un sistema politico forte e centralizzato. Tutti elementi che a Gaza continuano a mancare.
Il clima di festa ha contribuito a questo silenzio. Le festività spingono infatti le persone e i media a concentrarsi su temi più leggeri e positivi, diminuendo lo spazio ai conflitti più lunghi e complessi come quelli di Gaza. Spesso, infatti, i conflitti più duraturi tendono a perdere attenzione anche se le loro cause sono sempre più gravi. Di conseguenza, la pace diventa una parola usata nei comunicati ufficiali, ma raramente tradotta in azioni concrete.
La nascita di un piano di pace, infatti, non è determinata da conferenze stampa o grandi comunicati, ma da azioni sostenute nel tempo e tutti i punti del Piano di pace definitivo per Gaza, promosso da Donald Trump e sostenuto da Benjamin Netanyahu, rivelano il contrario: la pace sembra non avere alcuno scopo, ma viene considerata come una completa illusione. Prende in giro le vittime, le Nazioni Unite, la comunità internazionale e chiunque abbia un minimo di moralità per fermare questo genocidio. Trump pubblicizza il Piano di pace come se fosse l’unico mezzo per porre fine alla guerra a Gaza, ma basta leggere attentamente il testo per rendersi conto che il piano non prevede alcuna pace, bensì un insabbiamento della guerra. Molti tra i venti punti dello scritto portano a questa conclusione, come ad esempio il punto undici, che suona quasi come sarcasmo immobiliare; poiché sembra promuovere resort di lusso per Gaza come quelli che lo stesso Trump aveva accennato a voler costruire all’inizio del 2025 per riformare e migliorare il Paese. Una dichiarazione assurda se si pensa a tutta la sofferenza e la distruzione che, soprattutto negli ultimi due anni, è stata patita nella stessa Striscia che adesso si vuole “modernizzare”. A tutto ciò si aggiungono le numerose dichiarazioni dei politici israeliani che esprimono apertamente intenzioni genocide. Pertanto, quello che viene presentato come un “piano di pace” non è altro che la continuazione di un vecchio progetto Israeliano che nasce come un sogno religioso e che mira a espandere i confini di Israele fino a comprendere tutti i territori confinanti.
Arrivati a questo punto, quindi, la vera domanda non è più di chi sia la colpa del genocidio accaduto a Gaza. La risposta è ovvia: esperti e ONG hanno già il colpevole. La domanda è come finirà questo genocidio. Le opzioni sono diverse: Israele potrebbe riuscire nella sua missione e distruggere Gaza, o la pressione internazionale potrebbe costringerlo a fermarsi oppure ancora un intervento esterno potrebbe imporre la pace vera e definitiva. La storia ci fa pensare che la terza opzione sia l’unica efficace e duratura. Ma l’attuale politica globale suggerisce che la prima opzione sia la più probabile. La cosa certa, è che il “Piano di pace” di Trump e Netanyahu non porterà a nessun cambiamento. È solo un gesto cinico che conferma che la pace non è quello a cui aspirano.
E ora che le feste sono giunte al termine, portandosi via luci, parole di auguri e buone intenzioni, resta il silenzio scomodo di ciò che non è cambiato. La pace vera non coincide con una data, né nasce da una pausa comoda per le coscienze lontane: richiede scelte, responsabilità e memoria. Finché le festività serviranno solo a illudere che tutto sia normale, quella di Gaza resterà una pace fragile, apparente e falsa, come una festa che non conosce inizio e, soprattutto, fine.




