Attualità

La libertà di stampa in crisi

Pensieri, parole, opere… e opinioni

La funzione democratica del giornalismo non può soccombere al conformismo e alla paura della complessità. Questo dovrebbe essere il principio guida alla base di una conferenza stampa, specialmente quando è organizzata dall’Ordine dei Giornalisti stesso, come è avvenuto il 9 gennaio scorso a Roma. In quell’occasione la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha incontrato la stampa nazionale nella tradizionale conferenza di inizio anno, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera, per rispondere alle domande su politica nazionale, esteri e temi istituzionali. L’evento, organizzato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti in collaborazione con l’Associazione della Stampa Parlamentare, aveva tutte le premesse per essere un momento di reale confronto pubblico tra potere e informazione.
Tra le decine di interlocutori presenti, Marco Galluzzo, storico cronista politico de Il Corriere della Sera, ha proposto una domanda articolata sui nodi fondamentali dell’economia italiana, riferendosi in modo puntuale a produttività, salari e crescita. Una domanda costruita su dati e questioni di sostanza, che mirava a mettere in luce criticità concrete del nostro sistema economico e sociale, tanto lucida quanto strutturata, che tuttavia ha messo in evidenza un problema che va ben oltre la mera questione di metodo.
La reazione del presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, è stata infatti di palpabile insofferenza, con una replica diretta a Galluzzo affinché «arrivasse al nocciolo della questione» e con l’avvertimento che «la prossima volta sarà 40º». Un monito che la dice lunga sulla libertà d’espressione in un costato istituzionale, e che ha rapidamente fatto il giro dei commenti sulla stampa e nei circuiti professionali.
Di fronte a un simile episodio viene infatti spontaneo chiedersi quale sia lo stato di salute della nostra informazione e quale ruolo stia svolgendo in un contesto politico e culturale così schierato. Il compito primario di un giornalista non è quello di formulare domande brevi o semplicistiche per compiacere l’interlocutore né di evitare complessità, ma di approfondire la realtà, di esigere risposte chiare dalla classe politica, di non limitarsi a rituali formali. E quando è proprio il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, cioè il più alto rappresentante istituzionale della categoria, a mostrare insofferenza verso una domanda articolata e fondata su dati, si apre una ferita profonda nell’autorappresentazione dell’informazione italiana.
A rendere più grave la vicenda il fatto che, nel dibattito successivo, la conferenza stampa si sia trasformata più in una passerella politica che in un autentico momento di dialettica critica.
Diversi colleghi parlano infatti di “domande poco taglienti, rituali e conformi alle aspettative del potere”, piuttosto che di interrogativi incisivi su temi strutturali del Paese, una condizione che pare confermare la riduzione della stampa italiana a un ruolo di cronista passivo piuttosto che di cane da guardia della democrazia. Quando l’Ordine dei Giornalisti, nella persona del suo presidente, sembra più preoccupato della forma delle domande che della qualità e della sostanza dell’informazione, si alimenta il sospetto di un conformismo che mina l’autonomia professionale, se non addirittura di una forma di asservimento culturale alle narrazioni governative. Il fatto poi che ciò accada proprio durante un forum pubblico che dovrebbe esaltare la libertà di stampa è a dir poco paradossale.
La libertà di stampa non è soltanto il diritto formale di porre domande, ma la capacità di interrogare il potere con rigore, di entrare nel merito delle questioni più complesse, di dare voce ai fatti anche quando questi non si prestano a sintesi semplicistiche o a slogan, e di sostenere l’interesse pubblico anche di fronte alla resistenza di sistemi di potere consolidati. Se queste capacità vengono soffocate da un’eccessiva preoccupazione per le modalità, rischiamo di trasformare l’informazione in una mera trasmissione rituale di notizie, senza potere critico.
Che si sia d’accordo o meno con le linee politiche del governo, che non ci interessa analizzare in questa seda, è fuori discussione che il ruolo del giornalismo sia quello di interrogare, possibilmente con argomentazioni solide, dati, curiosità e spirito critico, non di piegarsi a formalismi o di temere di essere messi in secondo piano da un ordine professionale che dovrebbe invece difendere con forza l’autonomia e la profondità del fare informazione.
Per queste ragioni, l’episodio con Marco Galluzzo e la reazione di Bartoli dovrebbero essere letti come l’ennesimo segnale di allarme sullo stato di salute della stampa nel nostro Paese. Un allarme che riguarda non tanto la libertà di espressione in senso formale, ma la libertà sostanziale di fare giornalismo di qualità. Riformare questo clima, rafforzare le istituzioni giornalistiche e riaffermare il coraggio professionale devono diventare priorità per chiunque creda nella democrazia e nella funzione essenziale dell’informazione.

Foto: ilfattoquotidiano.it

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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