
Di Giuseppe Pellegrino
«Domani, Zaleuco, al porto di Zeffirio» disse Gorgia, e poi continuò: «Talete ha paura di tornare a Locri dopo la morte di Ilone».
«Toglimi una curiosità, Gorgia – interloquì il magistrato.- Come poteva eludere il pericolo di essere preso, Talete?»
«Soddisferò la tua curiosità – rispose Gorgia. – La nave ha preso un altro nome e si chiama Persefone.I marinai sono stati tutti cambiati e qualcuno è di Locri. Talete non scende mai dalla nave e poi quasi nessuno conosce il suo volto. La riservatezza e la lealtà sono sempre state le sue migliori qualità.Per questo è considerato un uomo da preservare» concluse il Siracusano.
Continuarono i discorsi tra i due. Gorgia chiese del figlio del fratello e Zaleuco lo rassicurò che il bambino era al sicuro e che a suo tempo lo avrebbe visto. Durante tutto il colloquio Agesilao non disse motto. Vigile e muto custode di verità pericolose. La ricostruzione del delitto fatta dal magistrato era chiara. Oscuro il fatto della morte di Caronda, anche se la morte era simile in tutto. Nella sua testa, il soldato pensò che una risposta alla volta era sufficiente. Zaleuco avrebbe trovato anche per Caronda la soluzione.
I due stavano per uscire quando arrivarono con grida strazianti, ma senza lacrime, due servi di Dorimaco e Segesta, i genitori di Euridice. Avevano una triste nuova da comunicare a Gorgia. «La fedele Pelope, serva di Euridice, stamattina ha trovato la sua padrona morta nel letto. Bianca come la neve e serena nel volto. Certo – conclusero i due – è morta per il dolore della morte di Ilone. I nostri padroni ci hanno ordinato di darti comunicazione. Sono disperati perché era l’unica figlia.»
Zaleuco era incredulo. La sua mente non concepiva Euridice morta. Era vero che la sua storia era scritta nel nome. Provò dolore e una fitta atroce allo stomaco, ma qualcosa gli diceva che la sua morte non era estranea ai fatti narrati a Gorgia e perciò chiese ai servi: «E stata chiamata all’Ade dall’invidia di Persefone per la sua bellezza, o qualcuno ha fatto violenza ad Euridice?»
«No, Zaleuco – risposero i servi – non vi è stata violenza.Come tu dici sicuramente è stata Persefone che invidiava la sua bellezza e l’ha chiamata per i Campi Elisi.»
L’angoscia si impossessò nuovamente del magistrato, che non risuciva a spiegarsi l’emozione. Forse aveva, nel suo inconscio, pensato a Euridice più di quanto non volesse ammettere. Le ricordava sua madre e sperava che anche lei fosse così bella. Ma poi il sentimento sembrava poco filiale. Di nuovo il pensiero della donna, della femmina, prese il sopravvento. Si distrasse pensando che la donna coltivava il mito di Orfeo e per lei la vita era sofferenza solamente. Liberarsi di un corpo anche se bellissimo era come liberarsi di una corazza che teneva prigioniera la sua anima. La sua mente ebbe un perfido pensiero: “Chissà se il suo cuore, pesato dal re dell’Ade, sarà stato più leggero di una piuma?” Rigettò subito il pensiero come malevolo. La sua mente era forse rosa dalla gelosia e il suo amore non ammesso per Euridice era forse l’amore per sua madre, l’amore di Edipo per Giocasta. “Basta – pensò – voglio respirare aria fresca” e si apprestò a uscire. Era ancora mattino presto.
Gorgia non si era ripreso dal suo stupore. Eppure la notizia non lo addolorò. Pensò in sé che forse non era stata una felice idea quella di Ilone di prendere sposa la donna più bella di Locri. Ora i suoi beni passavano a Dorimaco, che poteva spassarsela per il resto della sua vita e per quello che era ancora in grado di fare con le donne con gli orli di porpora e i gioielli fuori dalle mura di Locri. Ma questo non era detto. Ilone aveva un figlio e Zaleuco poteva essere di consiglio.
Zaleuco, accompagnato da Agesilao, andò subito alla casa di Euridice. Pensò che i servi avrebbero riferito ai genitori della presenza di Zaleuco da Gorgia e, perciò, non voleva attardarsi. Nella casa vi era qualche vicino, ma non molta gente. I servi che si muovevano di qua e di là come impazziti. Dorimaco, che si trovava nell’andronitis, quando vide il magistrato si allietò e per un poco scordò i suoi antichi rancori. Zaleuco fece capire a Dorimaco che voleva vedere il corpo. Dorimaco lo accompagnò al piano del gineceo. Segesta, la madre, era terrea, quasi di marmo, austera e accigliata. Ma quello che colpì il magistrato era Pelope, che teneva la mano di Euridice alle labbra e piangeva. Una serva poteva piangere a Locri i morti. Pensò Zaleuco che non sempre la condizione di schiavo era da compiangere. Anche lui quando pensava alla madre che non conosceva stentava a reprimere le lacrime. Lui che servo lo era stato e forse poteva godere di questo privilegio. Ma lo cosa che colpì di più il magistrato fu il dolore di Pelope ,come di una donna disperata e senza futuro. Forse, pensò il magistrato, il corpo è una corazza della quale dobbiamo liberaci per guadagnare i Campi Elisi, ma in vita era l’unica certezza che indicava la vita.




