Arghillà: un modello di esclusione da superare per una città inclusiva

La questione di Arghillà continua a rimanere irrisolta perché affrontata, da oltre venticinque anni, con una prospettiva sbagliata, che ha prodotto un ingente spreco di risorse senza incidere sulle reali cause del disagio. È questa, in sintesi, la posizione espressa dal presidente dell’Associazione Un Mondo di Mondi, Giacomo Marino, in una nota stampa che invita a un deciso cambio di visione.
Secondo Marino, il nodo centrale è stato colto con chiarezza anche dal Procuratore Stefano Musolino, quando ha definito Arghillà «un problema sociale prima che criminale». Una lettura che, però, fatica a tradursi in scelte politiche concrete. Per l’associazione, infatti, Arghillà rappresenta un caso emblematico della “patologia” delle politiche di edilizia popolare, fondate sulla concentrazione di un elevato numero di famiglie a basso reddito in un unico quartiere, una dinamica che la sociologia urbana analizza e denuncia da decenni.
Le ricerche scientifiche dimostrano come questa concentrazione generi territori strutturalmente segnati dall’esclusione sociale, caratterizzati da un capitale sociale fortemente deprivato. In questi contesti, fenomeni come degrado urbano, dispersione scolastica e criminalità non sono la causa, ma l’effetto di una marginalità strutturale. È per questo che, sottolinea Marino, gli interventi di rigenerazione urbana realizzati ad Arghillà negli ultimi 26 anni hanno prodotto solo risultati temporanei, senza mai incidere sul problema di fondo.
La soluzione indicata è netta: agire direttamente sulla causa, ovvero superare la concentrazione delle famiglie a basso reddito attraverso l’equa dislocazione abitativa in diversi quartieri della città. Un modello fondato sulla mixité sociale, capace di trasformare un capitale sociale negativo in uno positivo e di avviare reali percorsi di inclusione. Una strategia già sperimentata con successo in molte città italiane e internazionali e, secondo l’associazione, anche a Reggio Calabria, nonostante venga spesso descritta come fallimentare.
Marino evidenzia come questa soluzione sia concretamente realizzabile, grazie alla presenza di un’alta percentuale di alloggi vuoti in città, che il Comune potrebbe acquisire attraverso fondi europei. Gli immobili liberati ad Arghillà potrebbero essere destinati ad altri usi o demoliti, seguendo esempi già attuati in contesti simili, come quello delle Vele di Scampia.
Alla base delle resistenze politiche, secondo l’associazione, vi è la difesa di un modello di “città segregata”, funzionale alla logica della zonizzazione e della cosiddetta Smart City, che separa funzioni e redditi e utilizza quartieri come Arghillà come “ripostigli sociali”. Un modello che, nonostante la propaganda securitaria, non aumenta la sicurezza, ma alimenta nuove forme di esclusione.
Le responsabilità sono individuate nell’aver realizzato Arghillà negli anni Ottanta e aver scelto, nei decenni successivi, di mantenerlo, invece di superarlo. I danni sociali e umani prodotti, sottolinea Marino, sono incalcolabili e hanno segnato profondamente la vita di intere generazioni e della città stessa.
Da qui l’auspicio che la campagna elettorale in corso diventi l’occasione per prendere le distanze dal modello di città segregata e per proporre una visione di città aperta, fondata sulla mixité sociale e sul superamento definitivo di Arghillà e degli altri quartieri di esclusione della Città Metropolitana. Una scelta che, conclude l’associazione, rappresenterebbe una decisione politica di grande valore e sviluppo per l’intera comunità.




