Arghillà nord: per Giacomo Marino la mixité sociale unica via d’uscita

L’associazione Un Mondo Di Mondi, attraverso il suo presidente Giacomo Marino, interviene nel dibattito pubblico sulle condizioni del quartiere Arghillà nord, contestando in modo netto alcune recenti dichiarazioni dell’assessore Paolo Brunetti e riportando l’attenzione su dati storici, scelte urbanistiche e analisi sociologiche spesso semplificate o travisate.
Secondo Marino, non corrisponde al vero affermare che tutte le famiglie rom del ghetto del 208 siano state trasferite ad Arghillà nord. I dati ufficiali dell’Assessorato ERP, guidato dallo stesso Brunetti, dimostrano infatti che tra il 2003 e il 2007 solo trenta famiglie rom del 208 sono state assegnate ad Arghillà, mentre altre trentanove famiglie hanno ottenuto alloggi equamente dislocati in diversi quartieri della città. Un elemento che smentisce la narrazione che attribuisce alle famiglie rom la responsabilità diretta delle criticità del quartiere.
La nota ricostruisce inoltre come l’equa dislocazione abitativa non sia una soluzione recente, ma una politica avviata operativamente già nei primi anni Duemila dall’Amministrazione Scopelliti, sulla base di un lavoro preparatorio avviato negli anni Novanta dall’Amministrazione Italo Falcomatà, in collaborazione con l’Opera Nomadi e su richiesta delle stesse famiglie rom.
Il cuore dell’intervento riguarda però la “politica urbana del ghetto”, che Marino colloca in una prospettiva storica e sociologica più ampia. Questa politica affonda le sue radici nella legge 167 del 1962, che ha introdotto i Piani di Edilizia Economica e Popolare, spesso applicati in modo distorto per concentrare le famiglie più povere ai margini della città, lontano dai quartieri centrali e dalle aree della cosiddetta “città vetrina”. A Reggio Calabria questo modello ha prodotto prima il ghetto di Archi CEP e successivamente, in forma ancora più isolata ed efficace, Arghillà nord.
Richiamando decenni di studi di sociologia urbana, Marino sottolinea che la causa del degrado e dell’emarginazione non è l’etnia, ma la concentrazione di alloggi e di famiglie a basso reddito in uno stesso territorio. È questo che genera un “capitale sociale negativo”, capace di produrre esclusione strutturale, disagio e criminalità. A dimostrarlo sono esempi analoghi in tutta Italia, da Zen a Palermo a Corviale a Roma, quartieri segnati da problemi simili in assenza di famiglie rom.
La ricostruzione storica della nascita del ghetto di Arghillà nord parte dal Bando 30 del 1988, che ha avviato le prime assegnazioni massive di alloggi popolari, prosegue con le assegnazioni degli anni ‘90 e con il Bando 30 bis del 1998, fino ad arrivare agli anni 2000. In tutte queste fasi, sottolinea Marino, le rinunce degli assegnatari sono state spesso respinte, costringendo molte famiglie a perdere il diritto alla casa e alimentando un sistema che ha favorito occupazioni forzate e ulteriore concentrazione del disagio.
Negli ultimi sedici anni, l’assenza di nuovi investimenti in edilizia popolare e la riduzione delle assegnazioni hanno di fatto spinto molte famiglie senza casa a occupare gli alloggi vuoti di Arghillà, proseguendo, seppur con modalità diverse, la politica di ghettizzazione.
Quanto alle soluzioni, la posizione dell’associazione è chiara. La rigenerazione urbana, da sola, non risolve il problema, perché interviene sugli effetti e non sulla causa. L’unica soluzione efficace e duratura è la mixité sociale o equa dislocazione abitativa, già sperimentata con successo anche a Reggio Calabria e nel Comune di Melito Porto Salvo. Una ricerca del 2008 ha infatti dimostrato come le famiglie equamente dislocate mostrino indicatori di inclusione sociale nettamente migliori rispetto a quelle concentrate nel ghetto.
Marino critica infine l’utilizzo di ingenti risorse pubbliche, decine di milioni di euro, per progetti di rigenerazione urbana e sicurezza che, a suo avviso, mantengono in vita il ghetto invece di superarlo. Anche il programma PINQuA, con un finanziamento di 18 milioni di euro, viene indicato come un’occasione mancata, che avrebbe potuto essere impiegata per acquistare alloggi sul mercato e avviare una reale equa dislocazione.
La nota si chiude con l’auspicio che i futuri amministratori possano abbandonare definitivamente la politica del ghetto e adottare con convinzione il modello della mixité sociale, per superare Arghillà nord e gli altri ghetti presenti sul territorio provinciale, costruendo una città più aperta, inclusiva e non segregata.




