Costume e SocietàLetteratura

Il confronto con Tissaferne

La legge è uguale per tutti

Di Giuseppe Pellegrino

Agesilao diede una frustata con una verga di olivo ai cavalli. Occorreva tornare presto a Locri e costringere Tissaferne a parlare, prima del rito funebre di Euridice.
I cavalli non erano stanchi e alla frustata aumentarono l’andatura. Ora la Dromo era più vicina al mare e la pianura era molto ampia prima di essere fermata dai monti. Non era tardi, ma Agesilao cominciò a sentire i morsi della fame. Da buon soldato aveva previsto anche il vettovagliamento. Nella sacca aveva messo un grande cullurella, una focaccia, che sua moglie Teana aveva farcito con i resti di maiale bolliti, conservati in un vaso, fatta lievitare e cotta in una terracotta, posta direttamente sul fuoco. Domandò a Zaleuco se avesse fame o sete, poiché lì vicino vi era una fonte. Zaleuco non rispose e Agesilao interpretò il silenzio del magistrato secondo le esigenze del suo stomaco. Invero, il magistrato apprezzò molto la focaccia e la trovò saporita, seppure pesante. Ne mangiò oltre misura e già la sonnolenza prendeva il sopravvento, ma non osò chiedere ad Agesilao di fermarsi sotto la quercia che ombreggiava la fonte. Agesilao, ormai, sapeva anche delle abitudini del magistrato e a lui rivolto disse: «Pastore sali sul carro e sdraiati; la strada è piana e non vi sono sassi, ma solo terra fertile; il viaggio sarà tranquillo e tu potrai riposare mentre io ti riporto a Locri». Zaleuco assentì con la testa. Salì sul carro e fece del mantello un rotolo.Vi appoggiò la testa, e passò subito all’oblio della sonnolenza. Quando il carro arrivò alla Peripoli, Agesilao chiamò il magistrato. Erano arrivati a Locri e attendeva istruzioni.
«Da Tissaferne, dobbiamo andare», grugnì il magistrato non ancora sveglio. Si sentiva riposato e pronto per affrontare lo stratega vile. Agesilao si diresse verso Centocelle e imboccò la strada che portava alla casa di Lisippa e Nefele. Zaleuco non aveva domandato dove aveva segregato Agesilao lo stratega. Ora capiva dal fatto che quattro opliti erano attorno alla casa. Pochi sapevano della casa ed ora era abitata. Non solo, l’assassino avrebbe capito ormai per certo che Zaleuco aveva le prove dell’uccisione della sventurata donna e ne sarebbe stato scoraggiato. Agesilao fermò il carro vicino alla casa. Un oplita vide il magistrato e si affrettò ad aiutarlo a scendere. Zaleuco fece un cenno di stizza. Non era vecchio. L’oplita restò di giaccio. Agesilao se ne accorse e disse dolcemente: «Damone, apri la porta al Pastore e portalo da Tissaferne».
Il soldato obbedì subito e Zaleuco lo seguì. Agesilao mise la mano alla spada e seguì il magistrato. Temeva l’oplita un reazione furiosa dello stratega. Era un uomo enorme. Forte come una quercia. Avrebbe in un attimo potuto abbattere il magistrato e il soldato preso di sorpresa. Entrò il soldato e poi Zaleuco. Agesilao li seguì un po’ d’appresso. Tissaferne fu colpito dalla luce del sole. La barba incolta, che portava lunga gli dava un aspetto da demente. L’uomo non era fatto per usare la testa. Non aveva furbizia e la situazione in cui si era venuto a trovare era solo la manipolazione di Tirso, il potente, il bello, l’ambizioso. Tissaferne era seduto per terra. Vedendo Zaleuco si alzò in tutta la sua statura. La testa però resto china. La faccia di Zaleuco non prometteva nulla di buono. Zaleuco non si avvicinò molto. Non per paura.Era stato un soldato e da soldato si comportava con cautela.
«Ho parlato con Talete, oggi al porto, Tissaferne. Ti aspettava per il soldo dei soldati di Aristarco. Non era contento perché non ti eri fatto vivo», cominciò il magistrato. Tissaferne, sempre con la testa bassa capì che ormai era finita. Poteva convincere Zaleuco a risparmiargli la vita per essere entrato armato in un luogo di giudizio, perché era un soldato che accompagnava dei disertori, e perché egli era l’eroe di Medma. Ma un traditore della polis non avrebbe mai avuto alcuna considerazione da Zaleuco. Non temeva solo la morte, ma la sua fine ignominiosa. In fondo amava Locri. Quello che aveva fatto con Tirso era per dare alla polis la stessa gloria di Sparta. La stessa gloria che Aiace Oileo si era conquistato a Troia. Ora era tutto finito.
Zaleuco capì lo stato di animo dello stratega e spinse per ottenere piena confessione: «Tissaferne – disse – la tua vita è segnata. Ma se tu non vuoi che di te resti il ricordo di un traditore, ma solo quello di dell’eroe di Medma, non ti resta che chiarire tutta la storia. Tu hai ucciso Nefele perché credevi che nascondesse le monete che dovevano servire per pagare Aristarco e i suoi mercenari. La poveretta nulla sapeva. Tu hai ucciso Ilone, anche se non capisco perché. Cosa mi dici del fatto? E di Caronda? Tissaferne, io ti dò un’ultima possibilità. No, la tua vita non sarà salva. Ma se tu racconti quanto sai, ti prometto che nel giudizio davanti al popolo subirai la pena per chi viola i luoghi sacri della giustizia entrando con le armi. Sei un uomo d’onore, capirai.»

Redazione

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