“La donna delle farfalle”: a Locri il cinema diventa racconto di rinascita

La sala blu del Cinema Vittoria di Locri, sabato 21 febbraio, ha ospitato la replica della première del cortometraggio La donna delle farfalle, scritto e diretto da Luca Fortino e interpretato da Simona Cavallari ed Enrico Lo Verso, che ha confermato come il linguaggio del cinema possa farsi strumento di prevenzione e, insieme, di speranza. L’iniziativa, sostenuta dall’Associazione Angela Serra – Sezione Locride e promossa dall’Amministrazione Comunale di Locri, ha unito arte e impegno sanitario in un racconto che parla di malattia, ma soprattutto di rinascita.
A guidare il pubblico lungo questo percorso è stata la giornalista Mariateresa D’Agostino, che ha condotto l’incontro con tono partecipe e rigoroso, alternando il racconto del progetto alle voci dei protagonisti. La sua introduzione ha posto l’accento sul valore della prevenzione, ricordando come l’Angela Serra sia un’associazione di importanza nazionale impegnata nella come sulla prevenzione. Un impegno che nella Locride ha già prodotto un risultato tangibile con la nascita del NOLE, il nuovo reparto di oncologia dell’ospedale di Locri.
Il primo intervento, affidato a referente dell’Angela Serra per la Calabria Attilio Gennaro, ha sottolineato come l’obiettivo dell’associazione non sia soltanto finanziare la ricerca in ambito nazionale e internazionale, ma anche «diffondere l’importanza della prevenzione». E ancora, con parole che hanno colpito la platea, è stato evidenziato come il cortometraggio riesca a dimostrare che «dal cancro si può guarire e in qualche modo si può anche rinascere». Non un racconto di dolore fine a sé stesso, dunque, ma la scelta consapevole di narrare una storia positiva, capace di trasformare l’esperienza della malattia in occasione di consapevolezza.
La dottoressa Fabiola Rizzuto, direttrice dell’Oncologia di Locri, ha offerto un quadro lucido e aggiornato della realtà sanitaria territoriale. Dopo aver ricordato quali sono state le forze in campo che hanno permesso la nascita del nuovo reparto, ha rimarcato come «dalla sinergia si ottiene sempre un risultato», mentre le contrapposizioni non producono frutti. I numeri parlano chiaro, con una crescita delle prestazioni che nel 2025 ha raggiunto percentuali tra il 300 e il 400 per cento in diversi ambiti. Ma il passaggio più significativo del suo intervento è stato quello dedicato al cambio di paradigma nella cura oncologica. «Essere un paziente oncologico nel 2026 è una cosa diversa che essere stato un paziente oncologico nel 2016 o nel 2006», ha affermato, spiegando che oggi è possibile dire a molti pazienti «io non ti posso guarire, ma ti posso curare». Una distinzione che segna il passaggio da un’idea di sopravvivenza a quella di convivenza con la malattia. I cosiddetti lungo-sopravviventi, ha chiarito, «riescono a convivere bene con la malattia per decenni».
Non meno intensa la testimonianza di Alessandra De Cunto, presidente dell’associazione OL3 e anima del progetto, che ha trasformato la propria esperienza personale in impulso creativo. «La malattia mi aveva fermata», ha raccontato, «ma dentro c’era questa vocina che mi diceva, anzi, di accelerare perché la vita c’è». Da qui l’idea di aprire quel “cassetto” dei sogni troppo spesso accantonato dalla frenesia quotidiana e di utilizzare l’arte come strumento di cura. «L’arte che a mio avviso è una medicina potentissima», ha detto, sintetizzando la filosofia del cortometraggio che, da questo punto di vista, risuona come la dichiarazione di intenti che «la malattia o la difficoltà può essere un’occasione, è un’occasione di vita».
Accanto a lei, l’attrice Simona Cavallari ha spiegato di aver accettato il ruolo perché colpita da una sceneggiatura che evitava ogni retorica. «Si poteva fare un corto molto banale, molto pieno di lacrime», ha osservato, «e invece loro hanno deciso di raccontare la vittoria, la forza». L’attrice ha poi condiviso un passaggio personale che ha reso ancora più autentica la sua partecipazione, raccontando di trovarsi a vivere un’esperienza analoga per una persona a lei vicina. Senza l’incontro con Alessandra, ha ammesso, l’avrebbe affrontata «con molta più paura». Oggi, invece, prova a viverla «con la stessa leggerezza» che il film intende trasmettere.
Nel corso del dibattito è emerso con forza il legame tra esperienza individuale e dimensione collettiva. Il cortometraggio, già insignito di una nomination ai David di Donatello, punta ora a diventare un lungometraggio, a riprova che il progetto ambisce a diffondere su scala più ampia il messaggio di prevenzione e fiducia.
A chiudere l’incontro, le parole del professor Massimo Federico, presidente dell’Associazione Angela Serra, che ha ribadito il valore del NOLE come patrimonio condiviso. «Siamo orgogliosi, il NOLE è veramente un patrimonio della comunità», ha dichiarato, invitando tutti a sentirsi parte di questo percorso. La vicinanza delle istituzioni e del volontariato rappresenta, a suo avviso, la garanzia di un impegno destinato a consolidarsi nel tempo, una prova evidente di come le “farfalle” evocate dal titolo non siano soltanto un’immagine poetica, ma la metafora di un cambiamento possibile che, come ogni metamorfosi, richiede tempo, coraggio e una comunità capace di accompagnarla.




