
Questo fine settimana mi ha fatto riflettere sulle contraddizioni della società e su come i nostri comportamenti rivelino chi siamo, invitandoci a non ignorare neppure i fatti apparentemente più banali.
Non posso che esprimere un plauso sincero a chi, con passione e spirito di servizio, ha organizzato le tante e belle iniziative che il territorio ha messo in campo per il Carnevale. Posso solo immaginare quanto lavoro, quanta dedizione e quante energie siano necessarie per allestire carri allegorici, coordinare associazioni, coinvolgere operatori economici e garantire ai più piccoli momenti di spensieratezza. Comprendo altrettanto bene che il rinvio di alcune manifestazioni, a causa di condizioni climatiche avverse e spesso eccezionali, sia stato una scelta obbligata. Era giusto evitare che l’impegno profuso venisse vanificato da una cancellazione totale degli eventi. La tutela degli sforzi collettivi e dell’economia locale è un dovere di chi organizza e amministra.
Eppure, proprio mentre riconosco la legittimità di queste decisioni, non riesco a ignorare un altro dato che ritengo importante. Sfilate, scherzi, rappresentazioni carnascialesche e sonore abbuffate sono scivolate inesorabilmente nei giorni d’attacco della Quaresima. Un periodo che, per una società che si definisce orgogliosamente cristiana, dovrebbe comunicare qualcosa di diverso rispetto al chiasso del Carnevale. La Quaresima, nella tradizione della Chiesa, è infatti un tempo di sobrietà, conversione, raccoglimento. È il deserto evangelico, non la piazza in festa.
Se volessimo leggere tutto da una prospettiva strettamente laica, potremmo anche soprassedere su questa apparente dissonanza. Le comunità evolvono, i calendari si adattano, le consuetudini si rimodellano. Ma ciò che mi ha dato maggiormente da pensare non è tanto la sovrapposizione di due tempi simbolici, quanto l’atteggiamento di molti di noi. Nelle centinaia di fotografie sbandierate sui social, sfilavano in prima linea, o gustavano dolci della tradizione, persone che in altre occasioni non hanno esitato a battere i pugni sul tavolo per difendere una cristianità percepita come assediata.
Sbandierare i valori della tradizione non può diventare un esercizio a intermittenza. Non si può invocare la difesa dell’identità cristiana solo quando un insegnante propone un’iniziativa inclusiva per bambini che professano un’altra religione o quando si contesta la decisione di un vescovo di evitare il doppione di una festa patronale per ragioni pastorali. La coerenza non è un accessorio da indossare a seconda delle circostanze. O è una postura stabile, oppure rischia di trasformarsi in una bandiera agitata a convenienza.
C’è un elemento ulteriore che rende questa riflessione ancora più amara. Molte di queste feste si sono svolte nelle stesse ore in cui i Vescovi della Calabria invitavano a fermarsi, a pregare, a riflettere sul ritrovamento di diversi corpi senza vita sulle nostre coste, vittime dei naufragi provocati dal ciclone Harry. Uomini e donne restituiti dal mare, senza nome, senza storia, senza un volto da consegnare alla memoria pubblica. Mentre qualcuno ballava sotto un carro allegorico, altri chiedevano silenzio e preghiera per una tragedia umana che toccava la nostra terra.
Non si tratta di contrapporre il diritto allo svago alla necessità del lutto. La vita delle comunità è fatta anche di festa, e nessuno può negare ai bambini la gioia di una giornata spensierata. Ma forse sarebbe stato possibile mantenere il programma delle sfilate vivendo quelle ore con un maggiore senso della misura, affiancando un gesto pubblico di raccoglimento.
Mi resta, invece, la sensazione che prevalga una religiosità epidermica, pronta a indignarsi quando si percepisce una minaccia simbolica, ma meno incline a lasciarsi ferire dalle contraddizioni concrete. Forse è più semplice difendere un crocifisso in astratto che interrogarsi su ciò che quel crocifisso dovrebbe significare nella vita quotidiana. È più comodo proclamarsi custodi di una tradizione che praticarne le esigenze quando diventano scomode.
Con amarezza mi domando se non stiamo scivolando verso una forma di appartenenza rituale in cui la fede diventa un elemento identitario da esibire più che un criterio di giudizio sulle scelte collettive. Forse, a queste latitudini, anche chi si autoproclama fervente cattolico è in realtà solo un “fedele della domenica”. E non c’è accusa più severa di questa, perché non viene dall’esterno, ma dalla coscienza che preferiamo non ascoltare.
Le indicazioni per aggiustare la rotta le lascio alle nostre capaci guide spirituali, ma mi si permetta di dire che, ogni tanto, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio per chiederci se ciò che facciamo corrisponde davvero a ciò che diciamo di essere. Se i coriandoli coprono il rumore delle onde che restituiscono i corpi, forse il problema non è il Carnevale. Forse siamo noi.




