I quattro anni che hanno cambiato la storia e i volti di un intero Paese

Di Sharon Bennici
Il 24 febbraio abbiamo ricordato il quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina. In tale occasione, una riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha visto schierati in aula decine di Stati, per lo più occidentali, a sostegno dell’Ucraina e in condanna dell’aggressione del presidente russo Vladimir Vladimirovič Putin. «Ciò che la Russia ha fatto e sta facendo in Ucraina in questo momento viola ogni principio scritto» e, ancora, «tutto ciò che l’ONU rappresenta viene violato», ha dichiarato Espen Barth Eide, ministro degli Esteri norvegese, in una riunione a margine del Consiglio per i diritti umani alla quale hanno preso parte numerosi Paesi.
La Russia ha addotto varie ragioni per inviare truppe nel Paese confinante, tra cui la necessità di “smilitarizzare” l’Ucraina e rispondere all’espansione verso est dell’alleanza NATO guidata dagli Stati Uniti negli anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica. Quest’ultima fu dissolta e smantellata definitivamente il 26 dicembre 1991, mentre la NATO nacque il 4 aprile 1949 a Washington, nel contesto della Guerra Fredda scoppiata due anni prima come risposta alla minaccia dell’espansione sovietica in Europa.
l 2 dicembre 1991 l’Ucraina ottenne il riconoscimento della sua indipendenza sotto la presidenza di Boris Eltsin, mossa che sancì la caduta prossima dell’URSS. Ciononostante, l’ex repubblica sovietica è sempre stata percepita dalla Russia come parte della propria sfera d’influenza. Nella prima metà degli anni ‘90, Eltsin fece pressioni sull’Ucraina riguardo la Crimea, una penisola strategicamente rilevante e ricca di risorse naturali, senza annetterla ma riuscendo comunque a ottenere importanti concessioni da Kiev.
Tre giorni dopo, venne siglato il cosiddetto Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato tra la Federazione Russa e l’Ucraina, un accordo bilaterale che sanciva il riconoscimento dell’inviolabilità dei confini esistenti, il rispetto dell’integrità territoriale e l’impegno reciproco a non utilizzare il proprio territorio per nuocere alla sicurezza dei due Stati.
Nel 2013, Kiev fu al centro della protesta di Euromaidan contro l’ingerenza russa, che rappresenta un momento fatidico per la storia contemporanea e l’inizio di un conflitto tra Putin e l’Ucraina. In questo contesto, il Donbass, nell’Est del Paese, divenne il fulcro principale dello scontro, il cui esito è ancora oggi incerto.
A quattro anni dall’entrata delle Forze armate russe nel territorio ucraino, la guerra non ha trasformato soltanto le città: ha mutato i volti delle persone, soldati e civili, che stanno vivendo questo sulla propria pelle. Quello che sarebbe dovuto essere “un conflitto di qualche settimana” si è trasformato nella guerra più lunga e logorante a cui l’Europa ha assistito negli ultimi decenni. Le stime parlano di circa 1 milione e 200 mila soldati morti, feriti o dispersi.
In Ucraina vige ancora il divieto, per gli uomini tra i 18 e i 60 anni, di abbandonare il Paese, con lo scopo di essere chiamati al servizio militare. Quattro anni di invasione non cambiano solo il corso della storia del Paese: cambiano gli sguardi, scavano linee più profonde sui volti. Si tratta di resistenza, vite spezzate e coraggio in una guerra senza fine.
A rimetterci non è soltanto l’Ucraina, ma il mondo intero. Basti citare l’ultima paradossale dichiarazione di Putin, secondo il quale «i nostri nemici sanno come potrebbe finire un attacco nucleare contro la Russia», o lo sconcertante monito del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che parla di «conseguenze disastrose dal possibile scontro nucleare diretto tra potenze».




