L’appello della Garante dei detenuti tra antimafia penitenziaria e memoria di Mamma Natuzza

Il carcere come luogo di verità, dove il potere mostra il suo volto autentico e dove si misura, senza retorica, la qualità morale di uno Stato. È attorno a questa immagine forte che si sviluppa la riflessione dell’avvocato Giovanna F. Russo, Garante regionale dei detenuti e Coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali, in un messaggio che intreccia legalità, coscienza e memoria.
Il carcere è uno di quei luoghi in cui le parole tornano a pesare, perché lì il potere è ovunque. C’è quello legittimo dell’istituzione, chiamato a garantire ordine e sicurezza nel solco della Costituzione, ma esiste anche un potere distorto che si insinua tra i corridoi e le camere detentive, fatto di intimidazioni, gerarchie clandestine e comandi informali. È “il potere che non serve, ma si serve”, scrive la Garante, quello che umilia e costringe, che si traveste da protezione e diventa controllo. Quando accade, la pena smette di essere percorso orientato al recupero e si trasforma in una seconda condanna inflitta dai più forti ai più soli.
Da qui la necessità di parlare di antimafia penitenziaria non come slogan ma come responsabilità concreta. Significa impedire che le logiche mafiose, fondate su obbedienza cieca, paura e appartenenza come catena, continuino a governare anche dove lo Stato dovrebbe essere l’unico presidio di legalità. Vuol dire proteggere chi vuole cambiare e sottrarsi al passato, evitando che la pena venga “colonizzata” da un potere parallelo.
Russo chiarisce però che l’antimafia in carcere non può esaurirsi nella repressione. È anche cura, cultura, coscienza. La mafia non è solo un’organizzazione, ma una pedagogia del dominio, una mentalità che va disinnescata prima di tutto nel cuore dell’uomo. La prima battaglia, la più difficile, è quella interiore. La conversione autentica diventa così la forma più radicale di antimafia, perché spezza la catena dell’appartenenza e infrange il culto dell’invincibilità.
In questo orizzonte si colloca il richiamo a una visita che la Calabria ricorda ancora oggi come un passaggio di luce. Il 3 dicembre 2005, nella Casa circondariale di Vibo Valentia, Fortunata Evolo, conosciuta come Mamma Natuzza, incontrò i detenuti uno ad uno, dalle 8:30 alle 15:30, in un clima quasi natalizio. Non portò discorsi contro qualcuno, ma la logica cristiana della misericordia, capace di non negare la responsabilità e al tempo stesso di aprire una porta.
In quella occasione consegnò anche una lettera, che la stessa Garante racconta di conservare, ricevuta in un momento di scoramento all’indomani della morte del compianto Maurizio D’Ettore. Le parole erano semplici e disarmanti. L’invito era a uscire dalle tenebre, a cercare la luce, a non cedere alla tentazione del ritorno alla vita di prima. Una frase, in particolare, risuona con forza dietro le sbarre: “Non vivete nelle tenebre, cercate di vivere nella Luce.” In un contesto dove omertà o parola, vendetta o riconciliazione, dominio o servizio sono scelte quotidiane, quelle parole cambiano peso specifico.
L’appello si allarga allora all’intera società. Esistono due rischi speculari quando si parla di carcere, quello di considerarlo una discarica dove buttare via le persone e quello di neutralizzarlo in una comprensione indistinta dove nulla è più chiamato per nome. La tradizione cristiana, osserva Russo, non banalizza il male ma non riduce mai una persona al suo errore. Chiede giustizia e conversione. Pentirsi non è un gesto teatrale, è riconoscere il male fatto, interrompere le complicità, scegliere la verità anche quando costa.
Per questo l’antimafia penitenziaria deve tradursi anche in percorsi concreti di ricostruzione della persona: scuola, lavoro vero, sostegno psicologico, spiritualità proposta senza imposizione, tutela dei più vulnerabili. “Dove non cresce l’umano, cresce il clan”, è l’avvertimento implicito che attraversa la nota.
Il carcere riguarda tutti. Non solo chi vi è ristretto, ma anche chi vi lavora e i territori. La Garante riprende in conclusione alcuni passaggi della Presidente della Corte d’Appello di Catanzaro in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ringraziandola per aver dedicato attenzione al tema. L’ammonimento è chiaro: ciò di cui si sceglie di non occuparsi dentro torna sempre fuori come ferita sociale e fallimento istituzionale. Occorrono risorse adeguate e impegno coerente se si vogliono offrire risposte credibili di legalità, trasparenza ed efficienza.
L’impegno finale è definito “semplice e non negoziabile”. Spezzare ogni potere distorto dietro le sbarre, affermare lo Stato dei diritti fino all’ultimo corridoio e chiedere a ciascuno il coraggio della verità e del pentimento, perché senza giustizia e conversione non c’è sicurezza e senza dignità non c’è futuro. In questa prospettiva la speranza non è buonismo, ma responsabilità. Ed è, conclude la Garante, antimafia vera.




