Attualità

I Joker del Medio Oriente

Pensieri, parole, opere… e opinioni

«Alcuni uomini vogliono solo vedere bruciare il mondo». La battuta affidata a Alfred Pennyworth ne Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan spiegava a Bruce Wayne che esistono figure mosse non da calcolo o interesse, ma da una pulsione distruttiva fine a sé stessa. Oggi quella frase sembra adattarsi con inquietante precisione a Donald Trump e Benjamin Netanyahu, alla luce dell’attacco congiunto sferrato contro l’Iran lo scorso 28 febbraio.
Prima di procedere mi si permetta di dire senza alcuna ambiguità che il regime degli ayatollah rappresentava da anni un fattore di instabilità e repressione intollerabile. Già in occasione di un precedente editoriale avevo parlato proprio di come l’Iran guidato da Ali Khamenei abbia soffocato il dissenso interno e alimentato tensioni regionali non esitando a falciare i suoi stessi cittadini al più timido segnale di dissenso e l’idea di impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica e di offrire al popolo iraniano una via d’uscita da una teocrazia oppressiva non sarebbe, in sé, scandalosa.
Ciò che inquieta è il metodo e la portata dell’azione. L’operazione, presentata come preventiva e mirata alla neutralizzazione del programma nucleare, si è trasformata infatti in una decapitazione dei vertici del regime. Netanyahu ha annunciato la probabile morte della Guida Suprema e di altri leader, compreso il capo dei Pasdaran, ma la risposta iraniana non si è fatta attendere: missili su Tel Aviv e nell’area di Gerusalemme, raid contro obiettivi nei Paesi del Golfo che ospitano basi americane, minacce di blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quarto del petrolio mondiale. Israele, dal canto suo, ha colpito ancge Beirut e il sud del Libano, in uno scenario in cui l’azione chirurgica è già diventata un conflitto regionale a rischio di ulteriore espansione nel giro di minuti, nemmeno di ore.
Le conseguenze di quanto accaduto sono potenzialmente devastanti e ancora difficili da delinuare. Una chiusura prolungata di Hormuz significherebbe infatti crisi energetica globale. La morte di Khamenei potrebbe innescare una guerra civile iraniana e l’interventismo militare preventivo, sganciato da un quadro multilaterale condiviso come sembra emergere in queste prime ore di conflitto, indebolisce ulteriormente un diritto internazionale già provato dalle recenti uscite dei nostri “eroi”. Non a caso, dalle pagine del Corriere della Sera, Antonio Polito sottolinea questa mattina come l’Europa appaia colta di sorpresa, costretta a misurarsi con un mondo in cui la forza bruta torna a prevalere sulla diplomazia.
E proprio in questo scenario si inserisce lo strano caso del Ministro della Difesa Guido Crosetto, rimasto bloccato a Dubai allo scoppio delle ostilità. Il rientro con un volo dell’Aeronautica, sul quale si è ampiamente concentrata la polemica di detrattori e che lo stesso ministro ha promesso di pagare di tasca propria, è solo il dettaglio più lampante di una situazione che in realtà ci racconta ben altro: l’Italia non era stata informata attraverso alcun canale dell’imminenza dell’attacco e, come se non bastasse, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ammesso candidamente di non essere stato a conoscenza della posizione del collega fino ai primi raid. Gioco forza che le opposizioni, con Giuseppe Conte ed Elly Schlein in testa, abbiano parlato apertamente di marginalità del governo.
Se nemmeno il titolare della Difesa di un Paese NATO riceve un preavviso su un’operazione destinata a incendiare l’intera regione, infatti i proclamati rapporti privilegiati con Washington appaiono assai meno solidi di quanto il Governo ci ha raccontato in tutti questi mesi. E se anche l’intelligence non avesse intercettato segnali così evidenti, il problema sarebbe ancora più serio.
Trump e Netanyahu hanno scelto di agire come giustizieri globali, convinti di interpretare il ruolo dei Batman della politica internazionale e il fatto che i due leader continuino a farsi il santino a vicenda affermando di stare lavorando per il bene dell’intera umanità e proponendosi, in maniera più o meno velata, per il Nobel per la pace la dice lunga su quanto siano fermamente convinti di poter essere al di sopra di qualunque norma nazionale e internazionale.
La linea che separa il difensore dall’incendiario oggi più che mai si è in effetti rivelata estremante sottile, perché auando si scavalcano alleati e regole in nome di una giustizia unilaterale, si rischia di alimentare proprio il caos che si pretende di combattere.
E allora, proprio alla luce di quanto abbiamo appena raccontato, la frase con cui ho voluto aprire questo editoriale torna a pesare come un monito. Nella notte mediorientale, chi crede di essere il Cavaliere Oscuro potrebbe scoprire di assomigliare molto di più al suo antagonista più folle: il Joker.

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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