Costume e SocietàLetteratura

Il sacrificio del magistrato per la giustizia

La legge è uguale per tutti

DiGiuseppe Pellegrino

Così concluse il magistrato e Imena non replicò. Capì il pensiero dello sposo, ma questo non addolcì la sua pena. Non chiese a Zaleuco se voleva mangiare. Andò al gineceo con la stessa faccia contrita, ma non più furente, con la quale era scesa. Mandò una serva ad apprestare il desco. Lisippa non aveva ascoltato la discussione, ma da donna esperta delle cose umane capì. L’aveva capito già da quando era venuto Gorgia, poiché l’atteggiamento di Imena nei suoi confronti era diventato all’improvviso freddo. Non disse nulla, poiché nessuna parola poteva lenire il dolore di Imena, ma Lisippa era contenta di partire. A casa di Zaleuco sarebbero stati sempre degli ospiti, a Siracusa Lisippa e Ilone sarebbero diventati padroni della loro vita.
Passò anche quel giorno. Solo alla sera Agesilao si fece vivo. L’oplita era uscito frastornato dall’andamento del giudizio contro Tirso. Disarmato aveva voluto assistere, anche se di tanto in tanto si allontanava per controllare i movimenti degli opliti, tenuti nascosti alla Agorà, ma in posizione utile per qualsiasi intervento. Agesilao entrò con circospezione. Era armato di spada ma senza elmo. Il magistrato lo vide e il suo cuore si allargò. Fino a quando ci sarebbero stati uomini come Agesilao il precetto sul valore della patria aveva un senso. Agesilao si sedette a un cenno del magistrato, che era vicino al fuoco, spento non da poco. Con il capo chino chiese:
«Cosa vuoi che faccia domani, Pastore?»
«Niente Agesilao. Non bisogna fare niente. Se siamo nel giusto, domani sarà un giorno in cui dobbiano onorare ancor di più gli Dei, perché ci hanno fatto compartecipi della loro saggezza. Se non siamo nel giusto, dobbiamo riflettere sui nostri errori e pagare secondo la nostra legge», disse il magistrato con grande pacatezza.
«Ma Tirso è un cospiratore» disse con fermezza l’oplita, ma senza alzare la voce.
«Mi sono convinto che anche Tirso a suo modo voglia bene alla patria. Egli è giovane ed è stato educato a guardare al futuro, senza rispetto alcuno al passato, che non si è peritato di conoscere»,  rispose il magistrato sempre con la stesso tono. Poi, sempre allo stesso modo continuò:
«Il futuro appartiene ai giovani e Tirso lo è. Ma nessun buon futuro ci sarà per chi pensa di costruire nell’aria senza tener conto della vecchia terra che sta sotto. Ogni legge ed ogni nostra iniziativa trova il suo essere nella nostra storia. Essa va adeguata al tempo in cui si vive, ma non a ogni stormire di fronde. Tirso domani perderà la sua battaglia perché non chiede di adeguare una legge alle esigenze mutate della patria, ma chiede solo di cambiare il nostro dettato, perché lo ha violato e vuole evitare la giusta pena, perchè a lui così conviene. Questo il Consiglio dei Mille lo sa già. Questo andrò a dire domani in difesa della legge, con il cappio al collo» concluse il Legislatore.
Ora Agesilao si sentiva tranquillo. Mai aveva dubitato della giustezza del magistrato e delle sue leggi. La sua inesperienza nella cosa pubblica, gli aveva fatto vedere nella mossa di Tirso pericoli che non esistevano. Ora poteva andare a dormire tranquillo. Salutò il magistrato, pensando al domani con gran sollievo.
Passò la notte e venne l’alba. Il magistrato non si svegliò presto, ma si attardò nel letto. Un sonno profondo, lungo e ristoratore lo rimise in forze. Andò nella latrina, bagnò poco la faccia e la asciugò, poi andò in cucina dove Imena lo aspettava. Mangiò poco, ma non era nervoso. Imena lo guardava e non parlava. Poi vide lo sposo allontarsi e andare vicino vicino alla latrina. Al muro c’era una lunga corda di cuoio, retaggio della antica professione, che egli aveva recuperato dopo che era tornato in patria dal vecchio mandriano, per ricordare sempre quello che era stato. Tornò in cucina e con le mani con grande difficoltà fece un cappio.La pelle era ormai dura e difficilmente si piegava. Prese prima dell’olio e la unse dove doveva formare il cappio, poi domandò alla sposa se vi era sugna. Imena prontamente prese un vaso lungo di terracotta che era li vicino. Il magistrato mise le mani, tirò il grasso denso di maiale e unse la corda, che ormai stava diventando morbida. Finì di fare il cappio e lo mise al collo. Poi il resto della corda lo avvolse attorno al cinto e si apprestò ad uscire. Nessun segno di nervosismo. Imena non smise mai di guardare, con il cuore in tumulto, il magistrato. Voleva parlare, ma temeva una reazione dello sposo. Finalmente,quando lo vide che stava per uscire, con voce tremula, disse:
«Io conosco il principio di questa storia, Pastore. Tu forse conosci anche la fine. Puoi dirmela?»
«Tu pensi, donna, che le leggi a Locri Zaleuco le ha date per soddisfare il capriccio di un uomo ambizioso o pensi, invece, che gli Dei hanno illuminato il loro servo per rendere grande la madre patria? Se tu sai la risposta a questa domanda, donna, conosci il principio, ma sai anche la fine», disse il magistrato senza aspettarsi repliche. Che non arrivarono, perché Imena in cuor suo rispose alla domanda.

Photo of Redazione

Redazione

Redazione è il nome sotto il quale voi lettori avrete la possibilità di trovare quotidianamente aggiornamenti provenienti dagli Uffici Stampa delle Forze dell’Ordine, degli Enti Amministrativi locali e sovraordinati, delle associazioni operanti sul territorio e persino dei professionisti che sceglieranno le pagine del nostro quotidiano online per aiutarvi ad avere maggiore familiarità con gli aspetti più complessi della nostra realtà sociale. Un’interfaccia che vi aiuterà a rimanere costantemente aggiornati su ciò che vi circonda e vi darà gli strumenti per interpretare al meglio il nostro tempo così complesso.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati*

Back to top button