Attualità

Il sangue nei campi di Amendolara: la resistenza umana che la nostra spesa ignora

Pensieri, parole, opere… e opinioni

Le immagini crudeli di quel minivan in fiamme all’interno di una stazione di servizio di Amendolara sembrano appartenere a un tempo dimenticato, fatto di prepotenze soprusi che volevamo credere impossibili nella Calabria del 2026.
La morte di Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Waseem Khan ha acceso una mobilitazione che ha portato oltre cinquemila persone in piazza. Una risposta civile importante, che però rischia di essere soffocata dalla velocità con cui il sistema dell’informazione consuma e archivia le notizie.
Perché ciò che è accaduto ad Amendolara non può essere raccontato come l’ennesima tragedia della povertà. Non siamo davanti a una fatalità, a un incidente o a una sfortunata coincidenza,ma al freddo calcolo di qualcuno che voleva punire un atto di ribellione. Quai quattro ragazzi, insomma, avrebbero pagato con le loro vite la volontà di non piegarsi alle logiche del caporalato.
Per questo, sotto un certo punto di vista, la strage di Amendolara è una questione che riguarda tutti.
Di fronte a fatti come questi, l’istinto è quello di parlare di degrado, di controlli insufficienti, di criminalità locale. Si individua un problema geografico e lo si confina entro i limiti di un territorio. La nostra terra diventa ancora una volta il contenitore perfetto dentro cui rinchiudere ogni responsabilità, una lettura rassicurante perché permette al resto del Paese di sentirsi innocente.
Ma è anche una lettura profondamente sbagliata.
Ridurre tutto a un problema di ordine pubblico significa cancellare la natura reale di ciò che è accaduto e ignorare che dietro quelle morti esiste un sistema economico che produce sfruttamento e che prospera proprio perché lo sfruttamento conviene.
I braccianti di Amendolarasonopartigianiche hanno detto no a una forma di schiavitù moderna, che pretende di trasformare esseri umani in strumenti usa e getta della produzione agricolae che, con il loro sacrificio, ci hanno fatto comprendere quanto ancora una questione che quotidianamente scegliamo di ignorare, sia in realtà di impressionante urgenza.
Da una parte c’è la logica della mercificazione, che riduce l’essere umano a un costo e gli conferisce solo il valore utile a far aumentare i margini di profitto.
Dall’altra parte c’è il rifiuto di accettare che la propria vita valga meno di qualche euro risparmiato lungo una filiera produttiva, una dimensione che fa sì che a questo scontro venga apposta la parola fine solo sugli scaffali dei nostri supermercati.
Il legame tra Amendolara e le nostre tavole è infatti molto più diretto di quanto siamo disposti ad ammettere. Ogni giorno pretendiamo frutta, verdura e prodotti agricoli a prezzi bassi e ormai da decenni la grande distribuzione organizza la concorrenza solo attorno a criterio del prezzo, ben consapevole che i consumatori, oppressi dal caro vita, cercano solo il risparmio.
Una dinamica tanto ossessiva da impedirci di interrogarci su chi paghi davvero la differenza di quel prezzo che rimane basso al netto degli aumenti e che, mentre acquistiamo la nostra frutta o la nostra verdura, non ci fa mai soffermare su quali siano le condizioni vissute da chi si trova sull’ultimo gradino della filiera, in quella terra di confine in cui i diritti diventano un lusso e la dignità una variabile sacrificabile.
Quel risparmio che ci sembra innocuo può trasformarsi in una pressione insostenibile esercitata sui più debolie quasi mai ci vengono forniti gli strumenti per conoscere l’intera storia che si nasconde dietro un prodotto. Tuttavia, fingere che il problema non esista non lo rende meno reale.
Il sistema che genera sfruttamento, infatti, non vive soltanto grazie alla violenza dei caporali, ma innanzitutto grazie all’indifferenza di una società che preferisce non interrogarsi troppo sulle conseguenze delle proprie scelte di consumo.
Per questo le cinquemila persone scese in piazza ad Amendolara hanno chiesto innanzitutto giustizia, controlli efficaci, filiere trasparenti e, in definitiva, un’economia che non consideri sacrificabili le vite umane.
Hanno chiesto che il martirio di Ullah, Safi, Amin e Waseem non venga archiviato come una parentesi di cronaca nera, masia piuttosto riconosciuto come il segnale di un conflitto che attraversa il nostro tempo e che riguarda tutti noi.
In mondo ideale la storia del nostro Paese dovrebbe dividersi tra un “prima” e un “dopo” Amendolara, tra un tempo in cui abbiamo abbracciato le logiche del mercato globale che hanno creato queste nuove forme di schiavitù senza catene e uno in cui abbiamo compreso che la dignità e la vita valgono bene qualche euro in investivo sul carrello della spesa. Ma, per quanto a parole ci diremo totalmente a sostegno di questa tesi, siamo davvero pronti ad aprire gli occhi su questa emergenza?

Foto:cittanuova.it

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Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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