Costume e Società

Corrado Alvaro: custode delle memorie ed esperto di futuro

DiUgo Mollica

L’11 giugno del 1956, proprio 70 anni fa, moriva a Roma Corrado Alvaro, il cantore della magica infanzia e della vita aspro selvaggia, ma sempre odorosa e cara, della sua terra.
Nella poesia del ricordo ha accarezzato e rimpianto i valori scomparsi, regalo grandioso del sentimento, ingentilito sempre dal suo armonioso linguaggio.
Però Alvaro è soprattutto scrittore formidabile, anzi, maestro di parola e anche poeta, grande giornalista con più di duemila articoli da terza pagina sui più grandi giornali italiani (Corriere della Sera, l’Espresso, la Stampa, il Resto del Carlino ecc.), oltre che inviato del “Mondo” in Francia e in Russia.
Perché la sua voce sale sempre di tono, attingendo livelli squisiti d’arte creativa e luminosa.
Le sue numerose opere:
L’uomo nel labirinto, Belmoro, Quasi una vita, Poesie grigioverdi, Il mare, Gente in Aspromonte, La lunga notte di Medea, Ultimo diario, ecc., sono il suo lascito enorme: di letterato, di calabrese innamorato della sua terra, di grande intenditore dei misteri del tempo.
E in mille pagine indaga con virtuosa intelligenza i drammi del passato, mai sanati e neppure sopiti, per l’incapacità di arginare egoismi e prepotenze e di perseguire l’immenso bene della giustizia sociale.
Ma, oltre a queste iniquità, Alvaro paventa il sopraggiungere di nuovi mali, in forme più subdole e ingannevoli.
Già tanti e tanti anni fa, difatti, Alvaro teme e denunzia il demone della tecnocrazia, viscido venditore di indulgenze e di illusioni.
Egli è convinto che questo mostro riuscirà in poco tempo a manipolare idee e sentimenti, rendendo la vita un ingorgo frenetico e compulsivo di consumi, senza più emozioni, senza affetti e legami di riconoscenza per nessuno.
Alvaro è tra i primi narratori ad affrontare i problemi dello sradicamento dai ceppi della tradizione culturale e dell’alienazione, che esonda da quel mondo di nessuno, che diventeranno le città.
Il Calabrese dall’animo greco e dalle colonne del pensiero ben piantate nel solco fecondo e limpido della classicità, riesce a interpretare le convulsioni della coscienza europea che, superata una voragine, va incontro ad altre insidie, più oscure e rovinose.
Alvaro pone in chiaro ovunque le sue insegne, dipinte con i colori dell’onestà, della giustizia nel bene assoluto della libertà. Contro ogni miseria morale, ogni pregiudizio o tirannide sociale, che sono i grandi nemici della libertà.
Alvaro è lo scrittore che ha introdotto la letteratura calabrese nelle sale nobili del ‘900. Grande per base la formativa mai tradita e per l’espansione sempre più moderna del suo linguaggio e dei suoi panorami concettuali.
InQuasi una vitaemette una triste sentenza, secondo cui gli uomini, con i mezzi moderni arriveranno lentamente a non accorgersi di imbarbarire.
Io ho incontrato Alvaro moltissime volte nella vita,  sempre con infinito rispetto e orgoglioso di essergli conterraneo.
La prima, a dieci anni, agli Esami di Ammissione alla Scuola Media. Durante la prova di scrittura sotto dettato. Il Professore diceva: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte…» e bisognava scrivere quel testo, aggiungendovi i punti, le virgole e il resto. Mi ricordo ancora di essere uscito da quella prova, con una strana, forte, segreta emozione.
Poi ho incontrato Alvaro centinaia di altre volte.
Negli anni ’90, a Siderno, nella Scuola MediaAlvaro, col Preside Alfredo Gasparro, nella rappresentazione teatrale con gli alunni dellaLunga notte di Medea.
Poi tante altre volte come argomento di studio, o accompagnando studenti nello svolgimento di qualche tema.
Ma nel maggio del 2001, mi piace ricordare, quando insegnavo nell’Istituto Compr. di Gerace-Antonimina e Canolo, abbiamo deciso di dedicare il viaggio di istruzione al nostro grande Corrado Alvaro. Mi son messo in contatto col l’Istituto di Vignanello-Vallerano (VT), con la vicepreside Anna Maria Loppi. È stato un vero piacere per noi essere accolti e accompagnati fin sulla tomba dello Scrittore. Di quell’episodio mi rimane un caro ricordo e anche una lettera della collega Anna Maria, che io conservo con affetto. In quel foglio si legge: “è questa la prima volta che ci sono contatti diretti tra Scuole. Ciò che state per intraprendere è il lievito di un legame nuovo, al quale la Scuola e Vallerano stesso non rimarranno insensibili”.
Piccole, grate, personali memorie alvariane, che oggi mi sono ancora più care.

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