
DiLucio Noctis
Il colpo arrivò come un lampo, secco e preciso, squarciando il silenzio della scogliera.
Non era un avvertimento. Non era un errore. Era un messaggio. Uno degli uomini in giacca scura crollò all’indietro, colpito alla spalla. Gli altri due si dispersero immediatamente, come se avessero previsto l’attacco.
Marco capì prima di tutti. «Non sparano per uccidere noi», disse, spingendo Teresa dietro un masso. «Sparano per isolarci. Per costringerci a muoverci.»
Ferretti si abbassò, il cuore in gola.
Rinaldi imprecò, puntando la pistola verso il buio. Vincenzo, pallido come un lenzuolo, sussurrò: «Non dovevano arrivare così presto…»
Marco lo guardò con un lampo di disprezzo. «Qualcuno li ha avvisati.»
Il vento portava odore di salsedine e polvere da sparo. La scogliera sembrava trattenere il respiro. «Dobbiamo andare», disse Marco. «Adesso.»
La fuga fu una corsa cieca tra rocce scivolose e ulivi contorti. Marco apriva la strada con la sicurezza di chi conosce ogni pietra, ogni sentiero, ogni punto cieco. Teresa correva dietro di lui, il fiato corto, la mente in fiamme. Ogni passo risvegliava un frammento della stanza bianca: il ronzio di un condizionatore, l’odore di disinfettante, una voce calma, una mano sulla fronte, un anello con tre linee.
Ferretti, ansimando, gridò a Marco: «Chi ti ha addestrato?»
Marco non rispose. Ma Teresa sì. «Lo stesso che ha addestrato loro.»
Indicò gli uomini in giacca scura che avanzavano in formazione, senza fretta, come se la scogliera fosse casa loro.
Vincenzo inciampò, si rialzò, tremante. «Marco… io… io non volevo…»
«Hai consegnato tua sorella – ringhiò Marco. – Non c’è niente da volere.» Rinaldi, con la pistola in mano, chiudeva la fila. «Muovetevi.»
La jeep apparve tra gli ulivi come un’ancora di salvezza. Marco aprì la portiera. «Dentro.»
Il rifugio
La jeep sfrecciò lungo la costa, lasciandosi alle spalle la scogliera e gli uomini in giacca scura. Marco guidava come un uomo che non teme la morte, ma la conosce bene.
«Dove ci porti?» chiese Ferretti.
«In un posto dove Argo non arriva subito.»
«Esiste?» domandò Teresa. Marco non rispose.
Il rifugio era una vecchia stazione radio abbandonata, un relitto di cemento e antenne arrugginite. Ma dentro, Marco accese generatori, luci, pannelli. Sapeva esattamente dove mettere le mani.
Rinaldi lo osservò. «Tu non sei un civile.»
Marco lo ignorò. eresa si sedette su una sedia di metallo. Chiuse gli occhi. E allora il ricordo tornò. La stanza bianca. La luce accecante. La voce calma. La mano sulla fronte. L’anello con tre linee. Una frase:«Lei è un testimone inconsapevole».Teresa aprì gli occhi. «Io… ero lì perché avevo visto qualcosa.»
Marco annuì. «Avevi visto il volto del vero Argo.»
Ferretti si avvicinò. «E chi è?»
Teresa tremò. «Qualcuno che veniva a casa nostra. Qualcuno che si fidava di Vincenzo. Qualcuno che…»
La porta del rifugio tremò. Un colpo. Un altro. Un terzo. Marco sbiancò. «Ci hanno trovati.»
Il nome
Il gas lacrimogeno entrò come un serpente invisibile. Bruciava gli occhi, la gola, i polmoni.
Marco afferrò Teresa e la trascinò dietro un vecchio pannello. «Respira piano.»
Ferretti tossiva, Rinaldi cercava di mantenere la pistola ferma, Vincenzo era piegato in due. La porta esplose. Entrarono uomini in giacca scura, maschere antigas, movimenti perfetti.
E poi lui. Il volto pubblico. L’uomo del cappotto chiaro.
«Teresa», disse con voce calma. «È ora di venire con noi.»
Marco puntò il fucile. «Non un passo.»
L’uomo sorrise. «Non sono io che devi temere.»
Dietro di lui entrò un altro uomo. Più anziano. Più calmo. Più… familiare. Teresa lo riconobbe subito. Il cuore le si fermò. «No…»
Ferretti sbiancò. Rinaldi rimase senza parole. Marco strinse i denti.
«Finalmente ti mostri.»
L’uomo avanzò. «Buonasera, Teresa.» Il suo anello brillò alla luce del rifugio. Tre linee.
«Tu…» sussurrò Teresa. «Tu eri a casa nostra. Sempre. Eri…»
«Un amico di famiglia», disse lui. «Un consigliere. Un protettore.»
«Eri…»
«Sì – disse l’uomo. – Ero Argo.»
Il vero Argo
Il silenzio fu totale. Un silenzio che pesava come una condanna.
«Perché?» sussurrò Teresa.
Argo sorrise. «Perché qualcuno deve controllare il caos. E io… ho sempre controllato tutto.»
Marco alzò il fucile. «Non più.»
Argo lo guardò. «Tu non sparerai. Non sei come me.»
Marco esitò. Un istante. Un solo istante. E fu allora che Teresa si alzò.
«Io ricordo.»
Argo sbiancò. «No.»
«Sì. Ricordo tutto.»
«Non puoi.»
«E ora… lo dico.»
Marco gridò: «Teresa, fermati.»
Ma lei pronunciò il nome. Il nome proibito. Il nome che nessuno doveva dire.
Gli uomini in giacca scura si immobilizzarono. Argo fece un passo indietro. Il suo potere si sgretolò in un istante. Perché il suo potere non era la violenza. Era il silenzio. E Teresa lo aveva spezzato.




