Quando il silenzio gridò

La poesiaQuando l’umanità deflagròè un varco aperto nella memoria collettiva. Non racconta soltanto l’anniversario della bomba atomica: lo rivive, lo fa accadere di nuovo davanti ai nostri occhi, come se quel lampo che cancellò il mondo fosse ancora sospeso nell’aria. La poesia di Luisa Totino non descrive un evento storico; ne restituisce l’impatto emotivo, la frattura morale, la vertigine dell’istante in cui l’uomo smise di riconoscere sé stesso.
Il testo della poetessa di Locri si apre con una normalità disarmante: una mattina qualunque, fatta di gesti quotidiani, di sogni e di vita. È proprio questa semplicità a rendere più feroce il contrasto con ciò che segue. In un attimo, “l’umanità deflagrò”: il tempo si spegne, l’uomo annienta l’uomo. Totino usa un linguaggio netto, quasi chirurgico, per raccontare la dissoluzione dei valori fondamentali – amore, dignità, rispetto – travolti dal fragore titanico del potere. La bomba non è solo un ordigno: è la metafora di una coscienza che si spezza, di un’umanità che abdica alla propria essenza.
Nelle immagini successive, la poetessa costruisce una scena che somiglia a un film neorealista: figure umane ridotte a parvenze, strade ricoperte di dolore, fede dissolta come polvere. È un paesaggio morale prima ancora che fisico, un deserto in cui l’orrore non è solo ciò che si vede, ma ciò che resta dentro.
Eppure, Totino introduce un elemento inatteso:Dio non fa rumore. Non interviene con fragore, non risponde all’odio con un gesto spettacolare. È una presenza che richiama, che ricorda, che insiste. La poetessa non offre una consolazione facile; propone invece una memoria che diventa responsabilità. Ricordare non è un rito, ma un monito: un argine contro la possibilità che la coscienza torni a essere “sorda, cieca e prepotente”.
Il finale è una dichiarazione etica: la coscienza umana è fatta per preservare l’esistenza nella sua forma più alta. Totino non chiude con la tragedia, ma con un compito. La poesia diventa così un editoriale morale, un appello civile, un invito a custodire ciò che ci rende umani.
In queste righe, l’anniversario della bomba atomica non è commemorazione: è un avvertimento che attraversa il presente. Totino ci ricorda che la deflagrazione più pericolosa non è quella della materia, ma quella della coscienza. E che la pace non è un fatto storico, ma una scelta quotidiana.
Buona lettura:
Quando l’umanità deflagrò
Era una mattina come tante,
con faccende da sbrigare,
sogni da realizzare,
vita da vivere,
quando, in un attimo,
in un lampo,
l’umanità deflagrò,
il tempo si spense e l’uomo
annientò l’uomo.
Si sciolse l’amore,
venne raso al suolo
l’onore e il fragore titanico
del potere,
senza dialogare, senza capire,
prese il posto del rispetto,
dell’affetto
e dell’umano soggetto.
Parvenze umane,
prive di dignità,
si muovevano nel terrore,
nell’orrore.
Cumuli di dolore e disperazione
rimasero sulle strade:
era stata dissolta ogni forma di fede.
Ma Dio non fa rumore
per l’odio dell’uomo,
ci fa tornare alla mente,
continuamente,
quando l’umanità deflagrò.
La normalità, dopo,
fu solo apparente.
Ricordare, oggi,
non è solo un dovere
verso il passato,
ma un monito accorato,
perché non si arrivi mai
a quel momento maledetto
in cui la coscienza
diventa sorda, cieca
e prepotente,
ma che si ricordi
che è fatta
per preservare l’esistenza
nella sua più alta forma
ed essenza.




