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Turismo: è il momento di abbandonare la logica della quantità

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Ho letto con grande interesse il saggioDal numero di turisti al valore economico: una lettura dei dati sul turismo in Calabria, firmato dall’Ordinario di Politica Economica e Direttore del Dipartimento di Economia, Statistica e FinanzaGiovanni Ananiadell’Università della Calabria Francesco Aiello insieme all’economista Michele Mercuri. Un contributo, pubblicato lo scorso 30 luglio suIl Quotidano del Sud(e di consiglio la lettura integralecliccando qui) utile perché supera la retorica delle presenze e si concentra su ciò che il turismo produce davvero in termini di reddito, occupazione e valore aggiunto.
La tesi di fondo dei due accademici è cheil turismo calabrese esiste ed è in crescita, ma non è ancora un sistema pienamente integrato. Nel 2024 la regione ha registrato circa 1,75 milioni di arrivi e 8,14 milioni di presenze, con una permanenza media di 4,65 notti. Numeri significativi, ma che diventano meno confortanti se confrontati con il resto d’Italia, in rapporto alla quale la Calabria pesa solo per l’1,75% delle presenze e cresce appena dello 0,5%, contro il 4,2% del Paese. Come a dire chenon è sufficiente crescere, ma è necessario farlo almeno quanto il mercato di riferimento.
Un secondo elemento cruciale è la forte concentrazione territoriale.Il 92,6% delle presenze si concentra nei comuni costieri e appena dieci comuni raccolgono più della metà dei flussi.Su 404 comuni, sostengono Aiello e Mercuri, solo 169 registrano insomma presenze turistiche ufficiali. Un dato che evidenzia come la “destinazione diffusa” resti più uno slogan che una realtà, perché non basta avere borghi, paesaggi e patrimonio culturale, ma sono necessari servizi, accessibilità e un’offerta realmente fruibile.
Leggendo il saggio non ho potuto fare a meno di riflettere su quanto per la Locride questa analisi sia particolarmente rilevante. Anche sul nostro territorio la costa ha visto crescere la propria attrattività, ma il rischio è replicare su scala locale il modello regionale diun turismo concentrato, stagionale e poco connesso con l’entroterra, che genera presenze senza generare pieno valore economico.
Il punto centrale è che il valore del turismo dipende da tre fattori:numero di visitatori, durata del soggiorno e spesa media giornaliera. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che la Calabria mostra la sua fragilità, se, come evidenziano Aiello e Mercuri, tra 2019 e 2024 la spesa media è stata di circa 38 Euro al giorno contro i 58 della media italiana e nel 2024 la forbice si sarebbe allargata assistendosi sui 36 contro 63 Euro.
Per spiegare il fenomeno, i due studiosi analizzano la struttura della domanda, evidenziando come il 53% dei soggiorni avvenga in case private o da parenti e amici, incasellandosi in quel turismo di ritorno, legato alla storia migratoria, che è importante sul piano affettivo ma meno su quello economico,non un fenomeno da eliminare, ma da affiancare con una domanda turistica più “attiva” e generatrice di spesa.
Anche questo aspetto per la Locride è strategico, perché comprenderequanto i visitatori restino, quanto spendono e come si distribuisca quella spesa sul territoriopotrebbe rivelarsi un primo importante passo per approntare soluzioni che evitino di lasciare i turisti chiusi in un villaggio e lo stimolino invece a produrre l’impatto di chi invece visita Gerace, Locri, Stilo, l’Aspromonte, le aziende agricole, i musei e le attività culturali.
Il modello calabrese è infatti fortemente caratterizzato dai villaggi turistici, che rappresentano oltre il 30% dei posti letto e, come sopra,il problema non è la loro presenza, ma il rischio che diventino sistemi chiusi, poco connessi al territorio circostante.
La conformazione naturale della Locride dovrebbe permetterle in maniera automatica di intraprendere la direzione opposta, in cui mare ed entroterra, grandi strutture e piccoli operatori potrebbero fare rete costruendoun sistema integrato in cui ogni elemento rafforza l’altro. Un’offerta che unisca costa, borghi, cultura, natura ed enogastronomia, attraverso servizi coordinati e facilmente accessibili che il saggio auspica per la costruzione di una veradestagionalizzazione, che non può restare dichiarata, ma si costruisce trasformando le risorse in prodotti e i prodotti in esperienze.
Eppure, sul nostro territorio, tutte queste componenti restano scollegate e mare, archeologia, borghi ed enogastronomia vengono raccontati separatamente, operando ancora secondo la logica del numero di turisti che raggiungono il territorio.
Ma, nell’epoca del turismo lento, come giustamente concludono Aiello e Mercuri,la domanda decisiva non è più se riusciamo ad attrarre visitatori, ma se siamo capaci di trasformare la loro presenza in sviluppo reale, una problematica che la Locride dovrebbe trasformare con urgenza in una scelta concreta di futuro, smettendo i misurare il turismo con gli ombrelloni occupati e iniziando a valutarlo in base alla ricchezza che lascia sul territorio.
Il turismo, insomma, non è una gara di numeri, ma la capacità di trasformare le presenze in conoscenza, spesa, ritorno e racconto del territorioe solo così l’aumento dei flussi potrà diventare una vera leva di sviluppo per la Lcoride.

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Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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