
DiGiuseppe Pellegrino
Dopo aver compreso che la diplomazia sarebbe stata l’unica erede possibile di Lepanto, Alvise Mocenigo cercò conferme in un documento riservato. Tra le sale del Palazzo Ducale stava per aprire una relazione destinata a cambiare il suo giudizio sul più temibile ammiraglio del Levante.
Perciò il Doge aveva dato incarico a uno dei funzionari più capaci e solerti per riallacciare i rapporti con ilTurcoe così di nuovo si potevano fare affari insieme. Ora occorreva pensare al futuro. E il futuro non era chiaro. Toccava alla politica far ritornare i tempi felici della Serenissima sul mare e nei rapporti commerciali. Non era solo l’impero ottomano a minacciare la supremazia della Serenissima. Ora anche l’alleata Spagna stava infrangendo il primato della Repubblica con il commercio con l’Oriente. L’impero ottomano si stava di nuovo riarmando e si nuovo la Cristianità era minacciata. Per fare questo occorreva trovare un interlocutore valido. Il Doge aveva in testa una persona. Ma, invero, quella persona era anche in testa aFilippo II,ed anche Pio V ci aveva pensato prima e subito dopoLepanto.Ora occorreva tamponare. Ancora una volta ilbailoMarcantonio Barbaro con una relazione al Senato, ma che formalmente era stata indirizzata a lui, era stato chiaro senza giri di parole. Il Doge ricordava la prima pagina a memoria.
RELAZIONE
DELL’IMPERO OTTOMANO
DI MARCANTONIO BARBARO
Tornato bailo da Costantinopoli
L’anno 1573Serenissimo principe, e signori eccellentissimi, poiché, per permissione del Signore Iddio, l’impero Ottomano con un corso quasi perpetuo di vittorie si è impadronito di tante provincie, e ha soggiogato tanti regni, e perciò è fatto formidabile a tutto il mondo, non sarà fuor di ragione il dubitare che possa anco finalmente ridursi in una monarchia universale. E perché questo pericolo tanto grave sovrasta principalmente a questo serenissimo dominio, avendo così lunghi confini con gente così superba, ragionevolmente non può questa repubblica aver pensieri più gravi e più ardui, e a’ quali debba essere più intenta e sollecita, quanto quello che riguardano le azioni turchesche.
Non era bastataLepanto: il mostro si rigenerava velocemente. In meno di due anni l’armata ottomana distrutta era stata ricostruita. Ilbailoera stato cauto quando aveva usato ilridursi,non rendendosi conto, o forse rendendosene perfettamente, del contrasto con quanto affermava:ridursi ad una monarchia universale.Non si poteva rifare una nuova alleanza, non si poteva essere in stato permanente di guerra continua. La pace, o almeno un accordo di non belligeranza non era più procastinabile.Lepantoera stata una grande vittoria e un pessimo affare. La Cristianità aveva fermato l’espansione ottomana, ma aveva quasi del tutto visto sparire gli affari, che per una Repubblica marinara era il mare. Ma se il mare non era sicuro, se partivano dieci galee e ne tornavano cinque, che senso aveva aver distrutto una flotta, che come un serpente dalle mille teste si rigenerava e poteva creare danni e distruzioni? Per non parlare di quanto era costata alla Serenissima l’impresa diLepanto.
Così pensava nel sontuoso abbigliamento, Alivise Morcenigo.
Alvise Mocenigo non disdegnava i segni del potere, e anche quel giorno vestiva in pompa magna con tutta la regalità che gli era possibile, come era consono a chi era il comandante dell’esercito. Vestiva sopra lo toga lunga fino ai piedi, con ladalmatica, tunica lunga fino alle ginocchia, che ricordava il vestiario usato nel territorio dell’Impero dai Romani, dopo l’avvento di Cristo. Certamente fu il suo successore Sebastiano Vernier a rendere stabile anche la mantellina di ermellino, ma già si intravedeva qualcosa che vi rassomigliava, quasi a voler, in concorrenza con il Papa, assumere in sé anche la carica religiosa.
Quella mattina il Doge non uscì dalla residenza destinata alla sua vita privata nel palazzo ducale. Passò dallasala Grimani,allaErizzo,per poi dallaSala Priulipassò nel giardino pensile. Aveva in mano una relazione destinata al Senato di Venezia, e voleva concentrarsi a leggerla da solo, senza neppure la presenza di un soldato di scorta. In mano, infatti, aveva una voluminosa relazione con la quale il Senatore Costantino Garzoni notiziava il Senato e per esso il Doge sugli accertamenti fatti al seguito, dietro licenza del Consiglio di Pregadi, del nuovobailloin Costantinopoli, ilclarissimoBarbaro, unitamente all’ambasciatore Andrea Badoaro e ilbailloTiepolo, cugino del senatore. Il Doge guardò la intestazione della relazione. Il Senatore Garzoni non era veneziano, anzi la sua famiglia era originaria di Lucca o di Pescia, non sapeva bene il Doge, ma nel tempo, per la sua attività politica in favore della Serenissima, l’uomo si era guadagnato una stima così grande da essere iscritto nel libro d’oro dei Veneziani. Dunque, la relazione doveva essere di primissimo piano. Di nuovo lo sguardo si posò sulla intestazione. L’uomo aveva fatto le cose per bene e anche se non utilizzata la costosissima stampa, la calligrafia ben si eguagliava.




