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Si vis ditescere, para bellum

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In un contesto geopolitico già estremamente fragile, gli Stati Uniti d’America hanno optato per un attacco diretto contro l’Iran, in seguito all’iniziativa bellica intrapresa la scorsa settimana da Israele. Questo intervento, privo di un mandato congressuale e in assenza di una minaccia concreta e documentata, rappresenta un enorme problema di ordine costituzionale e internazionale, evidenziando le contraddizioni profonde della linea politica adottata dall’amministrazione Trump. Si tratta, inoltre, di un’azione che rischia di compromettere ulteriormente il già fragile equilibrio geopolitico mediorentale, aprendo scenari di escalation militare di difficile contenimento.
Il presidente Donald Trump, che in più occasioni ha dichiarato di voler evitare nuovi conflitti armati, invocando addirittura l’assegnazione del Nobel per la pace, ha invece scelto una via unilaterale e aggressiva, che mina alla radice ogni pretesa di coerenza con la sua retorica pacifista. Il ricorso alla forza militare in mancanza di un’immediata minaccia agli Stati Uniti e senza confronto con le istituzioni rappresentative costituisce non solo un abuso di potere, ma anche un pericoloso precedente sul piano del diritto internazionale. Tale scelta, alla quale pure Trump ci aveva già abituato sul piano economico con l’introduzione dei tanto chiacchierati dazi, oltre a delegittimare il ruolo del Congresso, compromette la credibilità degli Stati Uniti come attore responsabile nel sistema multilaterale.
Non a caso la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha annunciato l’intenzione di avviare la procedura di impeachment nei confronti del presidente, sottolineando come tale decisione rappresenti una violazione grave delle prerogative del Congresso in materia di dichiarazione di guerra. Le sue dichiarazioni riflettono un malcontento crescente negli ambienti istituzionali statunitensi, che vedono nell’azione del presidente un atto privo di fondamento giuridico e strategicamente avventato. La reazione della parlamentare progressista si inserisce in un quadro più ampio di crescente polarizzazione politica, in cui le tensioni tra esecutivo e legislativo si fanno sempre più marcate.
Il bombardamento ordinato nel cuore della notte è stato letto da molti analisti come una manifestazione di debolezza politica mascherata da forza decisionale, un gesto impulsivo che ha ignorato i meccanismi di consultazione previsti dalla democrazia americana e ha infranto le norme basilari del diritto internazionale. Si delinea così con chiarezza l’essenza del trumpismo: una politica estera fondata sulla spettacolarizzazione del potere e sull’improvvisazione, più che sulla pianificazione e il dialogo multilaterale. Questa tendenza non solo mina l’efficacia della diplomazia statunitense, ma contribuisce a un clima di crescente instabilità anche all’interno delle alleanze tradizionali.
L’attuale escalation non appare come un episodio isolato ma, piuttosto, come parte di una strategia deliberata e sistematica volta a destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente. La regione, già segnata da decenni di guerre e interferenze, diventa ancora una volta il teatro di scontri eterodiretti, in cui la sovranità nazionale viene subordinata a logiche economiche e geopolitiche esterne. Questo approccio, che disconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli mediorientali occultato dietro la maschera di una nuova crociata per la difesa dei principi della libertà occidentale, rivela la volontà di esercitare un controllo neo-imperialista sull’area, mascherato da retoriche securitarie.
Figure come Trump e Netanyahu si muovono all’interno di un sistema interconnesso che tutela prioritariamente gli interessi delle grandi corporazioni internazionali, interessate al controllo delle risorse energetiche e all’espansione dei mercati bellici. La guerra diventa così strumento di profitto, a discapito delle popolazioni civili e della stabilità globale, e si configura come mezzo per perpetuare disuguaglianze sociali ed economiche. Il nesso tra industria bellica e potere politico diventa sempre più evidente, con dinamiche che travalicano i confini degli Stati e influenzano le agende globali, come il comportamento schizofrenico dell’Europa nell’ultimo anno ha ampiamente dimostrato.
Siamo di fronte a una progettualità consapevole di destabilizzazione regionale, che contribuisce ad alimentare quella “guerra mondiale a pezzi” denunciata con forza da Papa Francesco. In questo scenario, il silenzio equivale a complicità e per questo appare urgente una presa di coscienza collettiva, una risposta politica e culturale che affermi la centralità del diritto, della diplomazia e della giustizia nella costruzione della pace. La comunità internazionale, le organizzazioni sovranazionali, ma anche la società civile, devono assumersi la responsabilità di contrastare questa deriva bellicista, promuovendo modelli alternativi di sviluppo fondati sulla cooperazione e sul rispetto reciproco, magari seguendo la linea che ha suo tempo aveva indicato l’allora presidente americano Barack Obama proprio con il regime iraniano. Perché la pace si fonda sulla responsabilità condivisa, non sull’uso indiscriminato della forza.

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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