
Di Anna Costa
Volte le spalle al tramonto, il volto di lei scruta l’orizzonte verso Est e si protende, col pensiero, al levar del sole nel giorno seguente. Fuori dal tempo e dallo spazio, di fronte a lei la sua anziana amica, Marianna, fuma com’è suo solito, una sigaretta dietro l’altra. Si raccontano, le due donne, ogni anno, quando lei ritorna al paese natio dalla fredda città del nord, dove ha impostato la sua vita di professionista, di moglie e di madre. Si parlano come se si fossero lasciate solo il giorno prima, eppure ogni volta è passato un altro anno, senza che loro si siano cercate anche solo attraverso un sms… Non ne hanno bisogno… La loro comunicazione avviene in modo strano e suggestivo, attraverso il pensiero e i moti del cuore: l’una sente le gioie e i dolori dell’altra! Le parole, se ci saranno, verranno dopo, quando e come lo decideranno esse stesse. Ricordano: gioiosi strilli di bimbe al di là del muro di cinta che divide le due ville delle bambine, muro non alto più di un metro e venti, ma pur sempre un ostacolo per guardarsi negli occhi e per giocare insieme. Non si arrendono, non appartiene alla loro specie di ragazze intraprendenti. Non si sa bene a chi, per prima, è balenata l’idea, ma il progetto è condiviso: una sedia da una parte del muro, un’altra sedia in corrispondenza nell’altro giardino; i pioli delle due sedie permettono l’arrampicata ad un primo livello, quindi il piede si posa sull’appoggio vero e proprio e l’altro si protende oltre il muro, per ritrovare la stabilità, superato l’ostacolo!
È un salire e uno scendere su e giù per le scale del paradiso in terra! Le famiglie convengono che le bimbe potrebbero cadere perché si cercano continuamente e hanno acquisito una certa sicurezza che le rende incapaci di scorgere il pericolo. Meglio abbattere direttamente quella parte di muro e creare un piccolo passaggio tranquillo e sicuro tra le due proprietà! Non ricordano di preciso quando il muro è stato richiuso, certamente quando le amiche erano divenute donne e le vicissitudini della vita avevano posto tra loro migliaia di chilometri di distanza. Il tempo sfoglia le pagine del calendario, tutto score, svaniscono le fattezze corporali delle persone care, di quelle madri e di quei padri i cui resti mortali riposano nel camposanto del paese, in due cappelle attigue. C’è una scritta all’ingresso di questo cimitero: “Questa soglia divide due mondi, la pietà li unisce”.
In morte come in vita… La più anziana delle due bimbe oggi ha perso completamente la vista, ma il suo luogo del cuore è sul balcone di quella sua casa dell’infanzia, che non ha mai lasciato, sulla poltrona che guarda verso Sud, in direzione di quella casa, che ormai non vede più, ma che si figura mentalmente animata dalle amate voci familiari della sua amichetta Ester, di sua sorella, di suo fratello, di sua madre e di suo padre, mentre la radio rilancia la musica dei Beatles e dei Rolling Stones, dei Nomadi e di Lucio Battisti: “Fiori rosa, fiori di pesco, c’eri tu! Fiori nuovi, stasera esco, ho un anno di più”.
P.S. Quando avevo circa 25 anni ho collaborato con un docente di psicologia dell’università La Sapienza di Roma, il prof Luigi Porelli, che mi invitava ripetutamente a scrivere racconti e pubblicarli; io non l’ho mai fatto, fino a quando non ho oltrepassato il settantesimo anno di età…




