La militarizzazione russa nei territori conquistati in Ucraina

Di Sharon Bennici
La Russia, come si legge in uno studio condotto dal centro di ricerca statunitense specializzato nello studio dei conflitti Ctp (Progetto minacce critiche), nell’ultimo anno ha conquistato 5.600 chilometri quadrati di terra, pari a quasi all’1% dell’intero territorio ucraino. Numeri di gran lunga superiori al biennio 2023-2024, dove vennero conquistati rispettivamente 584 e 4.168 chilometri quadrati. A certificarlo è anche un secondo Istituto americano per lo studio della guerra (Isw), secondo cui l’anno appena concluso è stato quello in cui l’esercito fedele a Vladimir Putin ha sfilato la più ampia porzione di territorio a Kiev dal 2022. In base a questi dati, alla fine di dicembre 2025 Mosca controllava totalmente o parzialmente il 19,4% del territorio ucraino. Circa il 7%, che comprende la Crimea annessa nel 2014 e parte del Donbass era già sotto il controllo russo prima dell’invasione del 2022. Queste zone sono state sottoposte a un intenso processo di russificazione forzata, che include l’imposizione di passaporti russi, la modifica dei programmi scolastici con la rimozione dei libri di testo ucraini e la conversione delle infrastrutture amministrative. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite identifica queste atrocità come elementi di una vera e propria “pulizia etnica”, mettendo in luce tutte le spietatezze commesse dai russi nelle aree occupate e la persecuzione degli ucraini. La principale mobilitazione della raccolta di queste informazioni viene dal Center for Defense Reform, che parla di deportazioni forzate e cancellazione culturale: nei territori già occupati, dove i missili non sono più all’ordine del giorno, i cittadini del posto vivono un dramma quotidiano nel quale sono costretti a fronteggiare, tra le altre cose, l’espropriazione illegale di case e beni materiali da parte del presidente russo, azione che fa parte della sua campagna di persecuzione orchestrata. Un ultimo report cataloga i trattamenti brutali che la Russia riserva ai cittadini ucraini. Si parla di campi di filtraggio, deportazioni forzate di oltre 2 milioni di attivisti e civili ucraini, arruolamento illegale di ucraini all’esercito russo, che rappresenta un aspetto inquietante e ha causato migliaia di morti inutili e soffrenze indicibili, imposizione della cittadinanza russa o l’obbligo di lasciare il Paese e severe repressioni, con la soppressione dei media indipendenti. Infatti, la russificazione non è solo un processo burocratico, ma è soprattutto culturale e sociale. In quei territori la lingua ucraina è stata eliminata dall’insegnamento e le istituzioni culturali locali sono state cancellate e sostituite con altre fedeli al Cremlino. Anche in tv e in radio, oramai, passano soltanto contenuti controllati dallo Stato russo. Lo scorso aprile aveva parlato Rein Tammsaar, Rappresentante Permanente dell’Estonia alle Nazioni Unite, sottolineando che questi crimini vengono commessi mentre una parte di Occidente vorrebbe convincere il presidente ucraino Zelensky a trattare con Putin. «Come se fosse possibile sedersi al tavolo con un dittatore che autorizza queste operazioni criminali» ha commentato il Primo Ministro. Il diritto internazionale umanitario impone chiari obblighi ai Paesi occupanti, tra i quali proibisce le deportazioni, asserisce il rispetto dell’identità nazionale e vieta la coscrizione delle popolazioni civili nelle forze armate dell’occupante. Tutti princìpi che la Russia ha violato. E dal momento che tali garanzie sono passate in secondo piano, milioni di ucraini rimangono indifesi in un conflitto congelato, esposti alle politiche genocidarie della Federazione Russa.
Foto di Yan Boechat/VOA, Pubblico dominio



