
Settembre si è aperto con un doppio terremoto politico che attraversa l’Europa. In Germania, la destra radicale dell’AfD consolida una forza elettorale ormai strutturale; in Italia,Futuro Nazionale di Roberto Vannacci è diventato la quarta forza nei sondaggi, superando persino un partito storico come Forza Italia e attestandosi intorno all’8%.
La tentazione di liquidare entrambi i fenomeni come l’ennesima ondata di voto di protesta sarebbe un errore.Non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un cambiamento dell’asse politico europeo, nel quale i movimenti nazional-populisti smettono di essere periferia e iniziano a dettare l’agenda, costringendo gli avversari a inseguirli sul terreno dell’identità, della sicurezza, dell’immigrazione e dell’appartenenza che loro stessi hanno scelto.
È qui che si consuma il paradosso della destra tradizionale italiana. Giorgia Meloni guida il governo più longevo della Repubblica recente e continua a rappresentare il principale partito del Paese, ma la crescita di Vannacci apre una faglia all’interno dello stesso campo conservatore che viene posto così dinanzi a un dilemma tanto semplice quanto spietato.Inseguire Vannacci significa radicalizzare il linguaggio per non perdere l’elettorato della rabbia; isolarlo significa offrirgli il ruolo perfetto della vittima perseguitata dal sistemacon entrambe le strade comportano un costo. La prima rischia di compromettere la credibilità internazionale costruita dall’esecutivo italiano; la seconda alimenta la narrativa populista secondo cui esisterebbe un’élite decisa a silenziare chi parla “a nome del popolo”.
La storia insegna che l’estremismo raramente conquista il potere imponendo subito il proprio programma. Più spesso vince quando gli altri iniziano a copiarne lessico, priorità e immaginario,una normalizzazione che non consiste nell’ascesa dei radicali, ma nell’arretramento culturale dei moderati.
In questo quadro si inserisce il caso giudiziario che ha dominato la settimana. Dopo un esposto del Sindacato dei Militari, la Procura militare di Roma ha avviato accertamenti preliminari sulla presenza di appartenenti alle Forze Armate nella struttura organizzativa di Futuro Nazionale e sul tavolo della magistratura ordinaria è giunto un esposto che richiama la Legge Scelba e ipotizza la ricostituzione del partito fascista. Una vicenda delicata, che merita il massimo rigore istituzionale e ci conduce a equivoco ricorrente del dibattito pubblico.
Pensare che basti evocare il fascismo per fermare il populismo significa infatti confondere un simbolo con un fenomeno.Le democrazie non si salvano delegando ai tribunali il compito di risolvere conflitti politici e la storia recente dimostra come ogni inchiesta, ogni avviso di garanzia, ogni polemica giudiziaria diventi materiale propagandistico per chi costruisce consenso sulla contrapposizione tra popolo ed élite, trasformando il processo mediatico in un elemento a favore di ciò che vorrebbe indebolire.
Il punto non è negare l’importanza della legalità, ma comprendere cheil pericolo contemporaneo non si presenta con l’orbace e le adunate, ma con la progressiva erosione della fiducia nelle istituzioni. La demagogia, insomma, svuota la democrazia dall’interno molto prima di tentare di abbatterla dall’esterno.
Per questo il richiamo ai Padri Costituenti dovrebbe essere meno rituale e più sostanziale. La Costituzione del 1948 non nacque soltanto per impedire il ritorno del fascismo, ma per costruire una Repubblica fondata sul pluralismo, sull’eguaglianza sostanziale, sulla tutela delle minoranze e sulla cooperazione internazionale, aspetti che dimostrano comeil suo cuore non sia il divieto, ma l’inclusione.
Il nazionalismo contemporaneo propone invece una grammatica fatta di muri culturali, appartenenze esclusive, comunità definite per contrapposizione, e non è un caso che le posizioni geopolitiche di Vannacci – critiche verso l’integrazione europea e considerate da numerosi osservatori internazionali ambiguamente filorusse – abbiano suscitato attenzione ben oltre i confini italiani.
Le prossime elezioni rischiano così di trasformarsi in qualcosa di inedito.Non assisteremo a una competizione tra modelli economici o ricette sul welfare, ma a uno scontro emotivo sull’identità nazionale e sulla percezione della paura, una politica dell’ansia che prospera quando la classe media vede diminuire il proprio potere d’acquisto, quando il lavoro perde stabilità e quando il futuro appare più fragile del passato.
Se i partiti democratici continueranno a rispondere a questo disagio soltanto con formule retoriche o barricate giudiziarie, l’onda di Futuro Nazionale – come quella dell’AfD in Germania e di altri movimenti europei – continuerà a crescere, perchéla democrazia non si difende evocando i fantasmi della storia, ma restituendo ai cittadini la convinzione che lo Stato sappia ancora offrire sicurezza, giustizia sociale e opportunità. È questa la battaglia decisiva che proprio la destra, che su queste ambiguità a giocato per anni, dovrebbe combattere in prima linea per assicurarsi un futuro a dare nuove speranze al Paese.




