
La proposta di innalzare la spesa militare italiana al5% del PIL, recentemente accolta dalla premier Giorgia Meloni nel corso del vertice NATO, si configura come un impegnoestremamente problematico sotto il profilo economico, sociale e politico. Un obiettivo di tale portata solleva interrogativi non solo sulle modalità di attuazione, ma anche sulle conseguenze a medio e lungo termine per l’intero sistema Paese. Le perplessità non provengono esclusivamente dalle opposizioni parlamentari, ma si registranoanche all’interno della stessa maggioranza, dove non mancano voci critiche e richiami alla prudenza.
Uno dei segnali più significativi in tal senso è arrivato dalMinistro della Difesa Guido Crosetto, che ha definito l’obiettivo «fantascientifico», sottolineandone l’impraticabilità in un contesto di forti vincoli di bilancio e priorità interne irrisolte. Tale prospettiva si inserisce all’interno di un più ampio disegno strategico promosso dal presidente statunitenseDonald Trump, che dall’inizio del suo mandato esercita forti pressioni sui partner europei affinché incrementino significativamente i propri investimenti nel settore della difesa. Le ricadute di tale spinta sono evidenti: a beneficiarne sarebbe principalmentel’industria militare statunitense, che si confermerebbe come fornitore principale di sistemi d’arma e tecnologie avanzate, nonché detentore esclusivo del know-how più sensibile.
In questo contesto, trovo rilevante l’intervento dell’ex ministroPierluigi Bersani, che ha evidenziato come questa condizione alimenterà un meccanismo didipendenza tecnologica ed economica che indebolisce la sovranità industriale nazionale. Bersani ha inoltre sollevato un quesito fondamentale:dove reperire i circa 400 miliardi di euronecessari da qui al 2035 senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici e senza intaccare in modo strutturale le politiche sociali? La sua conclusione, supportata da analisi economiche indipendenti, è che tale sforzo comporterebbeconseguenze devastanti per il sistema di welfare nazionale, in particolare in aree già colpite da gravi deficit strutturali.
L’Italianon può permettersi un aumento significativo della spesa militaresenza danneggiare altri settori strategici. Sanità, istruzione e infrastrutturesono già in difficoltà, soprattutto inregioni come la Calabria, dove l’accesso ai servizi pubblici è limitato. Le carenze di personale medico, le scuole inadeguate e le strade deteriorate sono segnali di un malessere che rischia di peggiorare con una maggiore spesa militare. Destinarecentinaia di miliardi di euro all’acquisto di armamenti, soprattutto stranieri, sollevadubbi sulla coerenza delle politiche pubblichee sulla reale definizione di sicurezza, che non può essere solo militare, ma deve includere salute, istruzione, mobilità e ambiente.
Inoltre, è necessario interrogarsi sulla natura stessa di tale iniziativa.Il piano di riarmo non sembra rispondere a esigenze difensive concrete, quanto piuttosto inserirsi in una strategia comunicativa di matrice statunitense, che punta sullacostruzione di scenari di minaccia globaleper rafforzare il controllo economico e geopolitico americano nel contesto europeo. Tale narrativa, fondata sulla costante evocazione di un pericolo imminente,rischia di provocare un progressivo indebolimento delle democrazie del Vecchio Continente, alimentando dinamiche di paura e giustificando scelte politiche altrimenti inaccettabili. Le conseguenze concrete sono sotto gli occhi di tutti:disuguaglianze crescenti, frammentazione sociale e impoverimento delle classi medie, in un quadro di progressiva erosione dei diritti sociali.
Donald Trump ha avviato da tempo una strategia esplicita per aumentare la dipendenza economica dell’Europa dagli Stati Uniti, facendo leva sull’alleanza NATO come strumento di pressione. L’aspetto più allarmante è rappresentato dallapassività con cui parte della leadership europea sta recependo queste sollecitazioni, spesso senza un adeguato confronto pubblico o una valutazione rigorosa delle implicazioni economiche e sociali. È chiaro che che tali scelte non siano neutre, ma comportinoun profondo riorientamento delle politiche nazionali, con effetti duraturi sulla struttura del bilancio statale e sulla tenuta del contratto sociale.
In definitiva, se il prezzo della cosiddetta sicurezza consisterà nel compromettere l’accesso universale alle cure sanitarie, all’educazione pubblica e alla mobilità sostenibile, allorasarà necessario ripensare radicalmente il concetto stesso di difesa. Un Paese che sacrifica il proprio stato sociale per dotarsi di armamenti, spesso inutili o sproporzionati rispetto alle minacce reali,rischia di perdere progressivamente la propria identità democratica e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Se la prospettiva futura è quella di sostituire ospedali con caserme, scuole con sistemi missilistici e ferrovie con corridoi bellici, allora forse il vero pericolo non risiede negli attori esterni, ma nellescelte politiche miopi di una classe dirigente incapace di difendere i propri cittadini nel modo più autentico e responsabile: attraverso il rafforzamento del bene comune.




