
Di Giuseppe Pellegrino
«Vedi magistrato – farfugliò Tissaferne, – dovevamo fare una azione di rappresaglia rapida e veloce contro Medma, per come l’Assemblea dei mille aveva deciso. Ma a Medma sembravano aspettarci. Per strada molte furono le imboscate che gli arcieri nemici ci hanno teso. Scoccavano le loro frecce da dietro gli alberi, da dietro le siepi e scomparivano. Era un nemico vile che non voleva combattere a viso aperto. Mandai Policrate, figlio di Eurippida ed Egeo, e Isagora, figlio Egilia e di Efialte, allo scoperto tenendo le forze nelle retrovie, al fine di scoprire come venivano gestite le imboscate, ma Policrate e Isagora non tornarono. Si erano dati alla macchia. Solo dopo che è stato preso Koiro, abbiano avuto modo di rintracciarli. Policrate addirittura non aveva più l’oplon, lo scudo. È chiaro, magistrato che si sono nascosti e sottratti alla guerra. Sono due vili disertori» concluse il soldato.La gente mormorava. Tutti concordavano con Tissaferne, e i disertori, in quel momento, avrebbero preferito essere morti.
«Va bene, Tissaferne – fece Zaleuco, – sentiamo cosa hanno da dire i due». Solo allora guardò bene i due giovani. Quando li vide legati e spinti in avanti dalla lancia di Tirso che si trovava a cavallo, i due, camuffati nelle loro splendide armature, sembravano dei possenti giganti. E perciò l’ira per l’accusa loro fatta si impossessò del magistrato. Ora aveva modo di guardarli da vicino. Vestiti con leggere tuniche troppo corte per un mese di aprile ancora freddo, i due si mostravano per quello che erano: due ragazzi imberbi, senza esperienza alcuna di guerra e forse poco e niente addestrati. I loro genitori avevano preferito darsi da fare nella campagna e avevano mandato in guerra braccia ancora non buone né per la coltivazione, né per il taglio e la raccolta del legname e della pece, né tantomeno per la guerra. Il fastidio per la sola presenza dei disertori si trasformò in senso di pietà. E tuttavia il magistrato non tradì il suo pensiero. Rivolto a Policrate disse: «Avvicinati». Il giovanetto si avvicinò al magistrato e si mise in ginocchio. Il gesto certo non commosse Zaleuco che, sopprimendo il sentimento di pietà, duro lo apostrofò: «Come ti chiami?»«Policrate – rispose il giovane, – figlio di Eurippida, donna delle cento case, ed Egeo».
«Allora, cosa mi dici?» chiese con lo stesso tono duro Zaleuco.«Ammetto la mia colpa, magistrato, rispose sempre a capo chino il soldato.”Ma tu devi sapere che abbiamo combattuto una guerra strana. Superato il limes del monte dove annidano gli sparvieri, noi siamo stati fatti oggetto di imboscate. I siculi ci aspettavano. Avevano teso tranelli lungo la strada che portava a Medma. Colpivano e fuggivano.Approfittavano dell’oscurità della marcia, poiché l’alba era ancora lontana. Tissaferne ci mandò in avanscoperta. Ombre spuntavano dappertutto. Dopo che ci eravamo allontanati, all’improvviso arrivò un freccia che mi ferì leggermente, mentre Isagora era poco più lontano sulla destra. Vidi delle ombre avvicinarsi e scappai, incespicai in un cespuglio e mi cadde la spada. Uno dei nemici si era avvicinato armato e io gli gettai lo scudo contro e riuscii a fuggire; poi, per la vergogna, vagai per i campi ma non molto lontano dai locresi. Dopo un vagare per ore incontrai Isagora e insieme ci tenevamo a ridosso dei nostri soldati senza essere visti, fino a quando capii che la vittoria era stata nostra e la legione si avvicinò ai soldati di Tirso e, allora, io e Isagora ci siamo avvicinati. Tirso ci vide entrambi e fece cenno a Tssaferne, che gridò: “Prendete i disertori”. E i commilitoni ci legarono, dopo averci spogliato delle corazze», concluse l’oplita.Zaleuco non fece commento alcuno. Rivolto a Isagora chiese: «Tu che hai da dire?»
«La mia storia non è diversa, magistrato – rispose il soldato. – Dopo l’ordine ricevuto mi sono allontanato con Policrate, quando frecce cominciarono a cadere. Nel buio non mi sono reso conto di essermi allontanato dal mio compagno. Le frecce continuavano a cadere. Anch’io sono convinto che i siculi aspettassero l’esercito di Locri ed erano state preparate numerose imboscate.Noi eravamo disposti e preparati per una battaglia campale alla luce del sole, non a giocare a nascondino. Solo a un certo punto scappai per la campagna. Solo qualche giorno dopo ho incontrato Policrate. Il resto lo sai, magistrato» concluse il soldato.Finito il racconto Zaleuco rimase solo un attimo zitto. Era adirato, il magistrato, ma la sua ira non era tanto per il racconto dei disertori, che in fondo erano già puniti dalla vergogna pubblica del loro racconto. Erano soldati, era vero. Ma sempre dei contadini prestati all’improvviso a una guerra dettata dalla politica. In ogni caso, pensò, la pena doveva essere esemplare, la legge era chiara. Il magistrato si aggiustò la tunica e proclamò più che ai soldati al popolo: «Voi tutti sapete che per i disertori vige la legge del contrappasso, come per tutte le nostre leggi.»




