Costume e Società

Il dramma di Aba, vittima dell’analfabetismo emotivo

Di Greta Panetta – Studentessa del Liceo Classico “Ivo Oliveti” di Locri

Il 16 gennaio un ragazzo di origine egiziana, Abanoub Youssef, è morto accoltellato in una scuola superiore di La Spezia durante l’orario delle lezioni. È stato ucciso non per strada, non in guerra o in un contesto criminale ma a scuola, tra i suoi coetanei, nel luogo pubblico che dovrebbe garantire ai giovani sicurezza e tranquillità e non paura o addirittura morte. Abanoub Youssef, che tutti chiamavano “Aba”, sarebbe diventato un artigiano elettricista se la sua vita non fosse stata spezzata dalla devastante coltellata che Zouhair Atif, un ragazzo di 18 anni marocchino, gli ha inferto al torace lacerandogli il fegato con un lungo coltello da cucina. Portato d’urgenza in sala operatoria, il suo cuore ha cessato di battere nell’ospedale dove era stato ricoverato in condizioni disperate.
La morte di un giovane lascia sempre un silenzio assordante difficile da dimenticare e difficile anche da capire, perché di fronte a una morte del genere la domanda più onesta e necessaria da porci è come mai sia successo. Perché oggi sempre più ragazzi, davanti al conflitto, non lasciano più spazio alle parole ma alla violenza? Viviamo in un periodo storico in cui la rabbia e la frustrazione non rimangono solo emozioni ma diventano fatti crudeli e spiacevoli, dai quali non è più possibile tornare indietro. Queste emozioni non vengono più elaborate ma prima rifiutate e poi scaricate sugli altri. Ed è proprio questo atteggiamento che porta a casi di cronaca come quello di Abanoub. La rabbia, sempre più spesso, prende il possesso della mente e del corpo superando così il confine della coscienza, e la scuola ha il compito di rappresentare questo confine non solo tramite l’insegnamento delle materie, ma anche e soprattutto tramite l’educazione all’affettività e alla gestione delle proprie emozioni. Dovrebbe insegnare ai giovani che non tutto è dovuto, che esistono dei limiti e che devono essere rispettati. Ma un limite funziona solo se chi lo rappresenta riesce a sostenerlo. Non basta che gli adulti che rappresentano le istituzioni dichiarino di essere presenti, bisogna esserlo davvero.
«Non è la prima volta che portava il coltello a scuola. Dovevano fermarlo prima». Questa è stata una delle affermazioni dei tanti coetanei di Abanoub Youssef, che fa capire che la presenza, per gli adulti di oggi, è qualcosa di relativo e vuoto, segnata dal dubbio di non essere abbastanza forti.
In questo vuoto, il coltello non è solo violenza. È una ricerca di aiuto, dà l’illusione di controllo quando dentro c’è solo caos, di potere quando ci si sente insignificanti e di identità quando non si sa più chi si è. Comprendere questo non significa giustificare i giovani che fanno un gesto del genere, ma impedire che in questa realtà si continui a parlare solo di sicurezza, di repressione, di controlli, necessari ma tardivi, perché ciò significa rimandare situazioni che potrebbero essere risolte o quantomeno capite molto prima piuttosto che quando il danno è già irreparabile. Questa storia, infatti, dovrebbe farci capire che se un ragazzo porta in classe un coltello per uccidere un proprio coetaneo, allora non si parla più di un gesto improvviso, ma dell’esito di un lungo e silenzioso processo che è stato ignorato per troppo tempo dagli adulti.
Viviamo in una società che espone continuamente i ragazzi al giudizio, alla competizione, alla perdita di valore, ma investe pochissimo sull’educazione emotiva, sulla gestione della rabbia, sull’apprendimento del limite. Spesso i giovani possiedono strumenti tecnologici avanzatissimi ma un’estrema fragilità emotiva, per questo diventa fondamentale investire in percorsi di alfabetizzazione emotiva per insegnare ai ragazzi a riconoscere e canalizzare la rabbia, la gelosia e il senso di umiliazione. Senza queste competenze, il conflitto viene risolto con l’unica lingua conosciuta da chi è emotivamente analfabeta: la violenza fisica.

Redazione

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