I fatti di Torino e la messa in discussione dei nostri diritti
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I disordini scoppiati a Torino durante il corteo in solidarietà con il centro sociale Askatasuna rappresentano l’ennesimo episodio in cui una manifestazione politica degenera in violenza, trascinando con sé conseguenze gravi, feriti e una scia di polemiche che finiscono per sovrastare i fatti. Per comprendere quanto accaduto è necessario, prima di tutto, ricostruire con chiarezza il contesto e la dinamica degli eventi, senza scorciatoie emotive né semplificazioni utili solo alla propaganda.
La manifestazione nasce come risposta allo sgombero di Askatasuna, storico spazio autogestito torinese, da anni al centro di un confronto aspro tra istituzioni e area antagonista. Un corteo annunciato e partecipato, che nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto rappresentare una protesta politica contro una decisione ritenuta ingiusta e emblematica di una progressiva riduzione delle possibilità di esprimere dissenso. Nel corso della giornata, però, una parte dei manifestanti si è staccata dal percorso autorizzato, dando vita a scontri con le forze dell’ordine. Il risultato è stato un crescendo di violenza: lanci di oggetti, bombe carta, cassonetti incendiati, cariche di alleggerimento e, soprattutto, l’aggressione brutale a un agente del reparto mobile di Padova, circondato e colpito mentre cercava di contenere l’avanzata dei manifestanti più violenti.
Quel momento, ripreso in diversi video, è diventato immediatamente il simbolo di tutta la giornata. Ed è da lì che occorre partire per qualsiasi analisi onesta. Un poliziotto è stato aggredito mentre svolgeva il proprio servizio, indossando una divisa che non è un’ideologia, ma una funzione. È un dipendente dello Stato, un lavoratore chiamato a garantire l’ordine pubblico, una persona che fa quel mestiere per vivere, per mantenere una famiglia, non un bersaglio legittimo su cui sfogare rabbia o rivendicazioni politiche. L’azione che ha portato al suo ferimento è un atto criminale, senza attenuanti e senza giustificazioni. Non c’è causa, per quanto ritenuta giusta, che possa trasformare una spedizione punitiva in qualcosa di diverso dalla violenza pura.
Fin qui i fatti. Poi, come troppo spesso accade, è iniziato altro. Il tempo dell’accertamento delle responsabilità è stato immediatamente divorato dal tempo della reazione politica, istintiva, urlata e sempre interessata. Invece di fermarsi, analizzare, lasciare lavorare magistratura e forze dell’ordine per individuare chi ha colpito, chi ha organizzato, chi ha deciso di trasformare una protesta in guerriglia, il mondo politico ha scelto la strada dello scontro frontale, della generalizzazione, dell’uso strumentale delle immagini.
Da una parte, c’è chi ha utilizzato l’aggressione per dipingere ogni forma di dissenso come una minaccia, lasciando intendere che manifestare sia, in sé, un atto sospetto. Dall’altra, chi ha minimizzato, relativizzato o spostato l’attenzione, come se condannare senza ambiguità la violenza fosse un favore fatto all’avversario politico. Ancora una volta, i partiti hanno perso l’occasione di dimostrare lucidità, preferendo occupare lo spazio mediatico anziché esercitare responsabilità.
Ed è qui che la vicenda diventa davvero inquietante. Perché insieme alle dichiarazioni ufficiali, alle prese di posizione roboanti, si è fatta strada l’idea pericolosa che quanto accaduto possa giustificare, in termini generali, una limitazione del diritto di esprimere dissenso. Un diritto che non è una concessione, ma un pilastro costituzionale. Usare la violenza di alcuni per mettere sotto accusa la libertà di tutti è una scorciatoia autoritaria, tanto più grave quando arriva da chi ricopre ruoli istituzionali e dovrebbe avere ben chiaro il confine tra sicurezza e repressione.
Senza voler concedere ulteriore spazio a chi, anche in questa occasione, si è arrogato il diritto di emettere sentenze sui social, mi si permetta di dire che provo un terrore autentico e profondo nel sentire affermare che la polizia avrebbe dovuto reagire sparando. Provo terrore perché questo tipo di affermazioni rivelano una concezione distorta dello Stato di diritto, in cui l’uso delle armi diventa una risposta emotiva, non l’extrema ratio regolata da norme precise. Provo terrore perché comuni cittadini stanno normalizzando l’idea che la forza letale possa essere una soluzione accettabile al conflitto sociale.
Condannare l’aggressione al poliziotto non significa invocare il Far West. Significa pretendere giustizia, non vendetta e difendere chi indossa una divisa senza rinunciare a difendere i diritti di chi dissente pacificamente. Le due cose non sono in contraddizione, lo diventano solo in una narrazione tossica che ha bisogno di nemici assoluti per funzionare.
Alla fine resta un’amarezza profonda. Perché ogni volta che accettiamo che la paura diventi argomento politico, ogni volta che tolleriamo l’idea che la violenza giustifichi la compressione delle libertà, stiamo consegnando volontariamente i nostri diritti e le nostre tutele a chi è pronto a calpestarli. La storia, quella vera, ci insegna che atteggiamenti di questo tipo non hanno mai prodotto sicurezza od ordine ma, piuttosto, aperto la strada a tragedie enormi che, evidentemente, non ci hanno ancora insegnato abbastanza…




